Il partito che vorrei

Settembre 4, 2007

(4 Set 07)

Enrico Letta
Caro Direttore,
bene ha fatto ieri La Stampa, con l’editoriale di Marcello Sorgi, a porre finalmente la questione chiave delle primarie. Questo avviene a campagna già ampiamente avviata e spero possa contribuire a correggere la tendenza con la quale si sta svolgendo questa fase del dibattito. Non stiamo facendo le primarie per la premiership. Quelle le abbiamo fatte due anni fa e le rifaremo, con l’intera coalizione, in vista delle prossime elezioni politiche. Stiamo, invece, costruendo un partito ex novo. Lo stiamo realizzando con una modalità originale, coinvolgendo direttamente – o tentando di farlo – la platea degli elettori attuali o potenziali del Pd.

Si tratta anche di scegliere un nuovo, possibile, modello di forma-partito. Per questo occorre discutere e confrontarci, partendo dalla constatazione oggettiva della difficoltà di innovare la politica che ha incontrato buona parte dei partiti attualmente esistenti. Questo è un compito che, almeno in teoria, dovrebbe spettare in primo luogo a chi è all’opposizione, ma che oggi da noi è terreno di discussione tra le forze politiche che fanno parte della maggioranza.

Un merito che ha certamente consentito al centrosinistra di riacquisire centralità, ma che, di per sé, non basta. La campagna per le primarie del Pd, infatti, ha finora marginalizzato il tema, probabilmente anche per la sua complessità. Basti riflettere su un’evidenza: negli ultimi anni tra le innovazioni della politica italiana la più resistente e contagiosa è stata, senza dubbio, l’intuizione berlusconiana del «partito personale». Resistente perché dura da circa quattordici anni. Contagiosa perché l’idea che «il partito sia il suo leader» e che nei partiti «chi perde esce e fonda un altro partito personale» è diventata ormai la regola. A destra, a sinistra, al centro. Non esiste niente di simile in Europa. In Germania, Francia, Regno Unito i leader dei partiti tradizionali sono in carica solo temporaneamente. Gli uomini passano, le idee e le strutture rimangono.

Solo i Ds e la Margherita hanno abbozzato negli ultimi anni un profilo di partito diverso. Ci hanno provato, almeno. Sono riusciti a scongiurare il rischio del prototipo berlusconiano, ma entrambi hanno faticato a mettere a punto un modello compiuto di rappresentanza per l’Italia del 2015. Anche per questo nasce il Partito democratico. Per dare una risposta alla domanda – finora inevasa – di politica e di nuove forme dell’agire politico.

Mi sembra di cogliere in questo tema la vera sfida del nostro dibattito. Provo allora a tracciare i contorni di una proposta innovativa di forma-partito: rifiuto della logica personalistica; costruzione di un partito delle autonomie, non centralista, improntato al pieno rispetto del principio della sussidiarietà, con segretari regionali scelti dai democratici dei singoli territori e non decisi a Roma; prevalenza del modello orizzontale (il wiki-Pd) rispetto a quello verticale e verticistico; eliminazione di inutili barriere alla partecipazione, come l’obbligo di versare 5 euro per votare; verifica periodica dei gradi di consenso per la scelta dei candidati e rifiuto della cooptazione che continua a imperare, complice anche una sciagurata legge elettorale; scelta di una «competizione senza drammi», virtuosa e trasparente, che qualifichi il confronto. Gli spazi per la costruzione di un partito aperto, quindi, ci sono. E questo nonostante una scelta che consideravo e considero sbagliata, quella delle liste bloccate, a cui mi sono opposto nel Comitato dei 45.

Nelle ultime settimane ho avvertito un certo isolamento in questa mia voglia di discutere della forma-partito del Pd. Ne comprendo molte delle motivazioni. In primo luogo, chi sta in ciascuna delle «sale macchine» di Ds e Margherita è quasi fisiologicamente indotto a ritenere che il nodo possa sciogliersi solo con un buon aggiustamento tra i due modelli. Il grande pubblico poi è naturalmente più interessato al fisco, alla scuola, a questioni con ricadute dirette sulla propria quotidianità. I media ne prendono atto e relegano il tema ai margini. Ma è un errore. Lo stesso che fanno gli altri candidati alla leadership del Pd quando preferiscono occuparsi prevalentemente dell’agenda di governo o di altri argomenti ancora.

Il modello di partecipazione al Partito democratico è, invece, un tema centrale. Per me centrale a tal punto che nel corso del «Festival delle idee» – che si terrà a Piacenza il 14 e 15 settembre prossimi – dedicheremo alla forma-partito un forum tematico specifico. Lì metteremo a fuoco le idee che qui ho voluto solo accennare. Lì, soprattutto, proveremo a restituire la giusta centralità e il rilievo che merita alla discussione e alla volontà e alle decisioni dei nostri elettori anche su questo tema. Lo faremo continuando a occuparci di contenuti, declinando le tre parole chiave – libertà, mobilità, natalità – da cui l’appuntamento di Piacenza sarà caratterizzato. Ma lo faremo con grande determinazione. Pienamente consapevoli che, se alla domanda sul nuovo modello di partito non daremo una risposta credibile, prevarranno, in silenzio, altre logiche.

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