Veltroni, indizi di novità

Agosto 28, 2007

(28 Ago 07)

Andrea Romano
Nell’Anno del Signore 2007 Walter Veltroni scopre che la sinistra non ha niente da temere da chi produce ricchezza e che il sindacato dovrebbe guardare ai giovani precari senza diritti ben prima che ai già garantiti. Altri lo hanno detto quindici anni prima, non solo il solito Blair ma anche tutta quella schiera di progressisti che tra Europa e Stati Uniti hanno saputo coniugare crescita economica e redistribuzione sociale. Ma va bene lo stesso, meglio tardi che mai. Tanto più se le parole del leader in pectore del Pd segneranno il passaggio dalle formule ai contenuti, dalle raccomandazioni paternalistiche sulle quali si è finora intrattenuto (vogliamoci bene, andate piano, non facciamoci del male, etc.) all’enunciazione di qualcosa che somigli ad una linea politica riconoscibile.

Ancor meglio sarà se queste tardive scoperte ci aiuteranno a capire cosa intenda Veltroni quando si riferisce ad un partito democratico a vocazione maggioritaria e dunque autosufficiente, capace di mettere in discussione l’alleanza obbligata con la sinistra radicale. Perché ad oggi la discussione sul «centrosinistra di nuovo conio», inaugurata da Francesco Rutelli e dai suoi Coraggiosi, ha avuto un forte sapore politicista. Si è lasciato intendere che l’apporto dell’estrema sinistra alla coalizione di governo aveva una data di scadenza, superata la quale il futuro Pd avrebbe conquistato la piena libertà di sostituire ad esempio Rifondazione con l’Udc.

Ma fin qui siamo rimasti nelle ipotesi di accademia, o meglio nella tradizione italiana di un trasformismo dove tutto cambia nelle formule di coalizione senza che niente cambi nell’offerta politica proposta agli elettori. Questo mentre Romano Prodi tira faticosamente la carretta di un esecutivo dove riformisti e massimalisti continuano a convivere, rumoreggiando e sgomitando ma comunque continuando passo dopo passo il cammino di governo. E allora non è parso del tutto privo di fondamento il sospetto che dietro il disegno di quegli scenari vi fosse soprattutto l’intenzione di indebolire Palazzo Chigi, tanto più che Rutelli si è ben guardato dallo scendere in campo in prima persona per la guida del partito democratico.

La differenza tra trasformismo e innovazione politica non è poca cosa. Passa per la piena assunzione di responsabilità, anche personale, e per la capacità di condurre autentiche battaglie culturali dentro il proprio campo. Al di là delle mutevoli alchimie di coalizione, si tratta di battersi per le proprie convinzioni oltre le convenienze del momento.

Così come si tratta di guardare all’interesse vero della propria parte politica al di là delle rendite di posizione, cercando nel Paese il consenso necessario a superare gli steccati dell’identità. Veltroni è stato uomo di molte convenienze e di altrettante convinzioni, queste ultime spesso in conflitto l’una con l’altra nelle tante stagioni che ha attraversato. Ma le sue parole sulla produzione di ricchezza e sulla cecità del sindacato, ancorché in ritardo di quasi vent’anni, possono essere l’indizio di una novità vera. Incalzato dalla pressione di candidati brillanti e combattivi, che non si accontentano del ruolo di gregari, egli ha finalmente detto qualcosa di sinistra. Di quella sinistra che negli ultimi decenni ha governato le economie avanzate dell’Occidente, riuscendo a rendere ragionevolmente più floride e più giuste le proprie nazioni.

Un indizio è ancora un indizio e da oggi starà a Veltroni evitare di ricadere nella sua antica e brillante enunciazione del tutto e del contrario di tutto, magari informandoci la prossima settimana che il capitalismo è alla radice dei mali del mondo e che il sindacato va benissimo così com’è. «Non è ancora il momento di farsi il solletico a vicenda», come più o meno diceva Harvey Keitel in Pulp Fiction, ma intanto godiamoci lo spettacolo di un aspirante leader che prova a innovare i veri contenuti della sua proposta politica.

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