(9 Ago 07)
Lucia Annunziata
Quando c’è un pressante invito ad abbassare i toni (l’Unità), quando si esprimono seri impegni, in nome di San Paolo, a stimarsi reciprocamente (Enrico Letta), quando un influente intellettuale suggerisce di misurarsi sui contenuti (Alfredo Reichlin), quando insomma si ascoltano tanti inviti a una competizione civile, è perché questa competizione sta andando nel senso perfettamente opposto. Questa è la sorpresa delle primarie per la segreteria del Partito democratico. Iniziate come una sorta di talk show collettivo e vagabondo, hanno immediatamente rivelato un forte potenziale distruttivo.
Sottolineato, per altro, dal curioso contrappunto delle primarie americane: dagli Usa arriva la notizia che Hillary ha affondato il fascinoso Obama: chi l’avrebbe detto, anche solo pochi giorni fa? E in Italia l’avvertimento risuona come una sorta di «memento mori»: alle primarie si sa come si entra e non si sa come si esce.
Proprio perché «amichevoli», giocate cioè nello stesso campo, il conflitto può diventare infatti estremamente affilato: non ci sono grandi generalizzazioni sotto cui coprirsi (chi dei candidati non è antiberlusconi?) e il confine delle differenze è così sottile da dover essere reso il più marcato possibile. Ambigue per natura, dunque, strette come sono tra amicizia e inimicizia, il rischio primarie è che nessuno dei candidati ne esca bene.
Questo è poi il pericolo che i partecipanti alle primarie italiane sembrano annusare in queste ore. La competizione in poche settimane ha raggiunto la sua terza vita: iniziata con il plauso assoluto per un candidato unico, velocemente passata alla corsa multipla ma pur sempre giocosa, ora, nella prima settimana di agosto, dunque a ben nove settimane dal voto, odora già di polvere da sparo.
Di tutte le polemiche, forse la più significativa del nervosismo generale ha a che fare con lo scambio di accuse su chi è un oligarca: sono più «casta» un giovane e una donna, entrambi ministri, o un semplice sindaco ma con un forte apparato di consenso? Distinzione che all’apparenza sa un po’ di Concilio di Nicea, ma che in realtà affonda la lama in un aspetto importante della fisionomia del potere: è più forte chi ha molta rete (appoggi, consensi, amicizie, scambi, dunque soldi, operatività, gestione) o chi ha una poltrona, un titolo, insomma un Ministero? Per le moderne caratteristiche sociali conta senza dubbio di più la rete. Non è questa forse, peraltro, la base sia delle tecnologie che del terrorismo di Al Qaeda? Ma il Ministero rimane il modello della gestione sociale attuale. Dunque, chi ha il potere, chi è più potente? Si tratta di un nodo centrale della nostra società politica oggi e che le primarie hanno spinto subito al centro.
Il pericolo vero dello scontro viene, tuttavia, non tanto dal rapporto fra i candidati, ma dal rapporto fra tutti i membri del futuro Pd, in nome dei candidati. Quello che sta succedendo è sotto gli occhi di tutti: la presenza in gara di vari leader e la necessità di fare varie liste a loro collegate ha innescato un elemento non del tutto previsto. Le liste sul territorio che dovrebbero eleggere i rappresentanti all’Assemblea nazionale sono divenute nei fatti liste per l’egemonia nelle varie sezioni locali del futuro Pd. Come si vede dalle cronache, infatti, dietro i vari candidati si stanno costruendo alleanze che non seguono più le vecchie linee di partito, ma che prefigurano nuovi rapporti di forza dentro il partito da costruire. Quello che sta succedendo, insomma, in questi giorni – e che si accelererà nelle prossime settimane – è che si è riaperto il processo lasciato incompiuto dai due congressi contemporanei di questa primavera in cui si sciolsero i maggiori partiti, Ds e Margherita.
Che c’è di male, si dirà? Non doveva forse cominciare da qualche parte la lotta politica per definire la nuova organizzazione? Certamente, ed è infatti un bene che questo rimescolamento avvenga. Ma un partito implica anche una riduzione a una logica condivisa, comune. Il processo cui assistiamo avviene invece in maniera occasionale, leggermente caotica, di sicuro frammentata, tutto legato com’è a logiche locali, senza che nessun organismo filtri, organizzi e renda trasparente la competizione in corso. Una situazione perfetta, diciamolo, perché il nuovo partito nasca segnato dalle voracità degli spiriti animali.