(7 Ago 07)
Andrea Romano
Signora mia, non ci sono più le oligarchie di una volta. Quelle orgogliose del proprio ruolo, capaci di menare fendenti politici senza pietà e di distribuire con accortezza il potere tra gli accoliti più fedeli. Ma anche quelle che toglievano il disturbo all’indomani della sconfitta, con qualche mugugno ma nella certezza che altri avrebbero preso il loro posto nella lotta. Perché i tanto deprecati partiti funzionavano e producevano a ciclo continuo classi dirigenti destinate a sostituire i caduti nelle prime file. Oggi invece basta davvero poco per venir accusato di essere uno spietato oligarca, senza altra forza che quella che emana dalle nomenclature.
Capita in questi giorni al solito Veltroni, che paga lo scotto di essere il favorito nella corsa alla leadership del Partito democratico. Ovvero quello più capace di organizzare truppe e salmerie in vista della grande conta del 14 ottobre: sotto le sue insegne si presenteranno i giovani guidati com’è ovvio dalla ministra per la gioventù, gli ecologisti coordinati dall’esponente rosso-verde, gli amministratori locali diretti da qualche ottimo sindaco. E d’altra parte, cosa dovrebbe fare quel povero leader predestinato? Rinunciare come un novello Celestino alla meticolosa organizzazione del consenso che gli è stata messa a disposizione?
Niente da fare, la prova di forza delle primarie misurerà spessore e solidità delle cordate di potere che i diversi aspiranti sapranno mettere insieme. E qualunque lamentela è destinata ad assumere i toni frustrati di chi sa di non poter essere altrettanto efficace. Quello che colpisce è semmai la veemenza con cui l’accusa di oligarchia viene brandita o respinta dai diretti interessati. Talvolta con effetti bizzarri, come quando Pierluigi Bersani vede pericoli di «verticismo» auspicando di «rimettere lo scettro in mano al popolo dei democratici». Quello stesso Bersani che solo un mese fa ha rifiutato di candidarsi, piegandosi all’ordine di scuderia Ds di produrre un candidato unico, con la singolare motivazione che altrimenti avrebbe finito per «disorientare» i militanti. Quei militanti così facili al turbamento ma ai quali oggi dovrebbe essere restituito lo scettro.
O come quando Goffredo Bettini convoca una conferenza stampa per spiegare che «Veltroni non accetterà alcuna pesantezza burocratica o spartitoria». Proprio lui, Bettini, che da anni governa saldamente il Lazio per interposta persona e all’insegna di un perfetto modello di spartizione del potere. Sia reso onore a Bettini e al suo «modello Roma», che ha permesso al centrosinistra di riconquistare quello che un tempo era un solido feudo sbardelliano e postfascista. Ma sarebbe un segno di stile che da quel pulpito si evitasse di fare la lezione sui meriti della sempre più mitologica «società civile» e sui guasti delle logiche spartitorie.
Viene da pensare che uno dei problemi del centrosinistra non sia tanto la malattia oligarchica, quanto l’assenza di una buona e sana oligarchia. Quella che vige nei normali partiti democratici, dove le élite si producono attraverso la battaglia delle idee e dove chi vince si insedia al potere senza complessi di colpa. Ma anche senza alcuna illusione sulla propria mortalità politica, sulla trasparenza del proprio mandato e sull’ineluttabile ricambio che verrà dopo la sconfitta. Non c’è bisogno di tornare a Vilfredo Pareto per ricordare che le organizzazioni politiche virtuose si distinguono per la circolazione delle classi dirigenti e per l’allargamento continuo delle loro basi di formazione. Ovvero per quei meccanismi di mobilità verticale che in Italia sono bloccati da quasi un ventennio, da quella grande crisi dei primi anni Novanta che ha inceppato una volta per tutte gli ingranaggi di formazione delle leadership di partito.
Nel frattempo il Paese è andato avanti, si è rinnovato in molti suoi settori ma non certo in politica. Perché non ha davvero tutti i torti Emanuele Macaluso, quando scrive nel suo abrasivo libretto Al capolinea che «in Europa i partiti continuano a chiamarsi socialisti e i gruppi dirigenti cambiano in conseguenza dei mutamenti delle politiche, mentre in Italia i gruppi dirigenti rimangono sempre quelli e sopravvivono al mutare della strategia».
Le primarie per il Pd possono essere l’ultima tappa di questa lunga stagione di finzione, il travaglio necessario per restituirci i benefici di quella buona e responsabile oligarchia che qualifica ovunque i grandi partiti democratici.