Archivio per Agosto, 2007

“Il Pd polizza vita del governo basta con sospetti e polemiche”

Agosto 30, 2007

(30 Ago 07)

Massimo Giannini

D’Alema: il modello elettorale tedesco va bene e lo si può anche rafforzare
Il ministro degli Esteri: “Veltroni sta facendo bene il suo lavoro, non c’è crisi della maggioranza”

“Basta con le polemiche e i sospetti. Qui non c’è nessuna trama segreta. Non sono in vista né cambi di maggioranza né elezioni anticipate. Veltroni sta facendo bene il suo lavoro e il Partito democratico è la vera polizza vita di questo governo, che a questo punto durerà fino alla fine della legislatura”. Reduce dalla sua solita vacanza in barca, Massimo D’Alema torna in campo per rassicurare Prodi, spronare Veltroni, rimproverare gli altri candidati leader del Pd, e rilanciare la sfida d’autunno, a partire dalla legge elettorale: “Il modello tedesco va bene – dice il ministro degli Esteri, raccogliendo un dubbio di Veltroni – e lo si può anche rafforzare introducendo l’obbligo di indicare le alleanze prima del voto, e non dopo”.

Ministro D’Alema, ci risiamo. A un mese e mezzo dalla costituente del Pd avete già ricominciato tutti a litigare come le comari di Windsor.
“Io ho preferito star fuori dalle polemiche. Mi dà fastidio il chiacchiericcio estivo, questo è il periodo in cui la politica dà il peggio di sé. Il caldo spinge i politici a dire cose improbabili, talvolta insensate. I giornali, in assenza di notizie, le enfatizzano. Tutto questo produce dibattiti sudaticci. Buona regola è starne fuori… “.

Ma ora qualcosa dovrà pur dirla. Il quadro d’insieme del paese non le sembra alquanto sconfortante?
“Il quadro d’insieme dimostra soprattutto una cosa: non c’è una maggioranza in crisi e un’opposizione che incalza. Quella era un’immagine propagandistica, che oggi dimostra in modo clamoroso la sua insussistenza. La verità è che c’è un paese in difficoltà, non solo la sua politica. L’ondata “anti”, molto cavalcata dai media e da parte della borghesia italiana, va mostrando la sua inconsistenza. Ma ci sono anche segnali di ripresa e volontà di rinascita. Sul piano politico, il Pd si conferma come la vera grande novità italiana, che riapre il dibattito sui nodi di fondo del nostro paese. Emerge con forza il grande valore di questo progetto, man mano che si avvicina il 14 ottobre. La costituente, rafforzata dalla discesa in campo di Veltroni, ha innescato reazioni a catena in tutto il sistema. La destra spinge verso un confronto sul suo rinnovamento, o addirittura sulla nascita di un nuovo partito. E anche la sinistra radicale si pone domande su possibili future aggregazioni”.

Ma questa campagna per la leadership non le sembra una rissa tra correnti, tipo vecchia Democrazia cristiana?
“Io auspico che di qui al 14 ottobre il confronto, anziché inasprirsi con cadute di tono e sospetti, ritrovi lo spessore di un progetto per il futuro del paese e per il destino del riformismo in Europa. C’è stata una esasperazione eccessiva del conflitto. Io capisco che i competitori che si confrontano con Walter abbiano un di più di aggressività, per cercare di conquistare il campo, magari anche per l’eccesso di zelo di qualche sostenitore… “.

Ce l’ha con Rosy Bindi?
“Non scendo nei dettagli. Mi limito a constatare che è preferibile concentrarsi più sui progetti futuri e meno sulle polemiche spicciole. A tutti i candidati, comunque, io ricordo che non stiamo facendo una campagna elettorale per le elezioni politiche. Eleggiamo il leader di un partito in cui saremo tutti insieme. Un partito che avrà certamente un carattere pluralistico. Io non apprezzo gli aspetti deteriori del correntismo, ma come tutti i partiti coalizionali del mondo anche il Partito democratico avrà una pluralità di protagonisti e di voci. Qui nessuno ha in mente il modello del vecchio Partito comunista italiano, con il centralismo democratico e tutto il resto, questo sia chiaro”.

Su quali temi di fondo si dovrebbe allora concentrare il dibattito, secondo lei?
“Intanto io vedo un fronte internazionale che ci sollecita riflessioni e risposte. In Europa c’è il riemergere degli Stati-nazione, e soprattutto torna forte la Francia, che in rapporto con la Gran Bretagna e la Germania rischia di costituire una sorta di direttorio europeo… “.

Magari questa è colpa della sua politica estera?
“No, al contrario. Dal Libano in poi, l’Italia è tornata ad essere protagonista su molti scenari. Semmai il problema è un altro: qui si riflette la debolezza oggettiva del paese e la fragile coesione nazionale persino sulle grandi scelte di politica estera. Dal Medio Oriente ai Balcani, il Partito democratico deve dare un suo contributo. Poi c’è l’allargamento del campo riformista europeo. Qui il tema non è cercare i nostri amici in giro per l’Europa, ma come questo progetto italiano interferisce con il campo socialista, quello liberaldemocratico e quello ambientalista. Per noi non è importante avere il “club ulivista” in Europa, di questo i candidati al Pd devono tener conto. La via maestra resta la collocazione in un rinnovato fronte riformista, che si può reinventare solo coinvolgendo il campo del socialismo europeo”.

A parte l’Europa, non le sembrano più urgenti le tante emergenze italiane?
“Per sciogliere i nodi della crisi italiana urgono scelte coraggiose. La prima urgenza mi sembra la legge elettorale. Spero che il dibattito sia liberato da logiche strumentali. Non è vero che chi vuole il sistema tedesco vuole anche cambiare alleanze”.

Qualche sospetto c’è, visto che avete sostenuto per anni il modello francese.
“Vede, il tema vero è come dare più forza al sistema politico-istituzionale, liberandolo dal giogo dei ricatti e dei veti incrociati, e poi come dare più forza e più stabilità ai governi”.

Questo ormai lo sostengono tutti…
“Non sarei così sicuro. C’è una corrente forte della società e dell’economia italiana che, al di là delle chiacchiere sulla cultura liberale, vuole in realtà un politica debole e sotto ricatto, per manovrarla a proprio piacimento. Comunque, in campo ci sono due proposte ragionevoli. La prima è il sistema tedesco, la forza del cancellierato, i grandi partiti, la riduzione della frammentazione, le soglie di sbarramento. Volendo, nulla impedisce di rafforzarlo ancora di più con l’obbligo di apparentamenti preventivi e non successivi al voto politico. La seconda proposta è il modello francese, che vuol dire semi-presidenzialismo, doppio turno uninominale e maggioranze fortemente coese”.

E qual è il migliore?
“Stabiliamolo insieme. Ma quello che dobbiamo evitare, è di imbarcarci nei soliti pasticci, nei soliti compromessi all’italiana. Ci vuole coraggio. Che c’è di male se il Partito democratico diventa il motore di un rinnovamento del sistema politico che riduce la frammentazione e stabilizza una volta per tutte il bipolarismo?”.

Niente di male. Ma bisogna vedere se questo si traduce in cambi di maggioranza…
“La scelta delle alleanze non dipende dalla legge elettorale, ma dalla capacità di costruire un accordo politico e programmatico. Anche col sistema tedesco si può fare un accordo con Rifondazione comunista. Io non voglio ribaltare certo le alleanze. Ma questo paese deve essere governato. Il Pd ha giustamente questa vocazione maggioritaria. A questo punto anche la sinistra radicale deve vivere il Pd come una sfida, e spero che Rifondazione si dimostri all’altezza. La cosa riguarda loro, e non c’entrano niente le presunte “intenzioni malevole” di Rutelli, Veltroni o altri”.

Lei non vede rischi di nuova instabilità per il governo?
“No. Come avevo previsto, si viene chiarendo che la costituente del Pd è fattore di stabilizzazione del governo, e non certo il suo contrario. Il resto sono alchimie da retrobottega”.

Quindi durerete fino a fine legislatura?
“Direi proprio di sì. Ma per questo dobbiamo concentrarci sul prosieguo della legislatura, che è lunga. Dopo aver affrontato con successo l’emergenze ereditate, ora dobbiamo superare l’angoscia del momento: non si procede pensando che tra un mese il governo va a casa perché c’è una crisi. Serve un pensiero lungo, non la nevrosi dei prossimi quindici giorni”.

D’accordo. Ma ora che deve fare il governo, di qui alla fine della legislatura?
“Prima di tutto, dobbiamo impostare riduzioni fiscali a vantaggio del lavoro e della competitività. Ma per farlo dobbiamo portare avanti anche la lotta all’evasione fiscale. Ed è mortificante per il paese che, mentre noi diciamo questo, la destra discute invece su come organizzare l’eversione”.

E le richieste di Confindustria? E Montezemolo, che continua a parlare di fisco come emergenza nazionale?
“Lo scambio proposto da Confindustria mi pare ragionevole: meno incentivi, meno fisco. Poi c’è la questione della semplificazione dei processi decisionali. E su questo Montezemolo ha perfettamente ragione: la capacità di decisione del sistema politico è intollerabilmente farraginosa, troppo imperniata intorno al processo legislativo. Qui siamo al paradosso che dobbiamo fare una legge anche per far cominciare l’anno scolastico. Insomma, quello che io chiedo al Pd e ai suoi leader è di tornare ad un dibattito sulle grandi questioni di fondo “.

Eppure Rifondazione comunista resta in allerta. Davvero non c’è un progetto per sostituirli con l’Udc?
“Senta, ho il cattivo vizio di considerare i numeri, innanzitutto. Con l’Udc e senza Rifondazione comunista non c’è un cambio di maggioranza, semplicemente non c’è più maggioranza. E poi vorrei ricordare che noi governiamo con un vincolo sottoscritto con gli elettori. Persino più forte di quello che avevamo in passato. Poi che dalla crisi del centrodestra possa venir fuori dal centrodestra una forza moderata che guarda al campo politico in modo più libero, questo è un altro discorso. Ma non c’entra niente con operazioni fatte alle spalle degli elettori”.

Perché Veltroni ha sentito il bisogno di dire che non andrà a Palazzo Chigi senza il sigillo di un voto popolare? Perché è dovuto andare da Prodi a rassicurarlo?
“Veltroni ha pronunciato parole estremamente giuste e sensate. Il suo discorso sgombra il campo dalle interpretazioni che legano il Partito democratico a operazioni di caduta del governo”.

Ma non tutti gli hanno creduto. Guardi Parisi… Non è che avete in mente un altro ribaltone tipo 1998?
“Il 1998 fu tutta un’altra storia. Intanto non facemmo certo noi cadere il governo ma fu Bertinotti. E poi allora non si potevano fare le elezioni anticipate, anche perché eravamo alla vigilia della guerra in Kosovo. Le parole di Veltroni non significano poi che se cade il governo non se ne possa fare un altro. E comunque io insisto: in questo momento il contributo forte del Pd è alla stabilità del governo. Questo mi sembra l’aspetto più importante che anche le frasi di Walter hanno confermato”.

A un passo dalla costituente di ottobre, non resta alta l’impressione di una costruzione verticistica?
“E’ un rischio dal quale ci si deve guardare. Il Pd deve rinnovare la classe dirigente, ma non è una palingenesi, né un’occasione per fare piazza pulita della politica italiana. Non si tratta di spazzare via qualcosa, ma di costruire un nuovo soggetto, a partire da quella generazione di trentenni e quarantenni che hanno voluto il partito democratico e che in gran parte del Paese sono già protagonisti della vita politica. Avranno il diritto di costruirlo, il nuovo partito, o si devono far da parte perché lo dice un anziano professore che crede di parlare a nome della società civile?”.

Finora secondo lei Veltroni ha lavorato bene come prossimo leader del Partito democratico?
“Ero e sono sempre più convinto che Walter fosse la personalità che meglio era in grado di fare innovazione senza invenzione. Di rinnovare il nostro sistema politico senza snaturarci e sradicarci dalle nostre tradizioni culturali. E’ una sfida anche per lui. Deve fare la sua partita politica, e a me pare che la stia giocando molto bene”.

I Prodiani e Veltroni. La forza del pregiudizio

Agosto 29, 2007

(29 Ago 07)

Massimo Franco
Con un paradosso, si può dire che ha rassicurato Romano Prodi, ma non i prodiani. Il sarcasmo riservato da questi ultimi a Walter Veltroni conferma un pregiudizio radicato verso il candidato-principe alla segreteria del Partito democratico. La diffidenza ulivista contro i partiti che lo hanno lanciato sembra tuttora superiore alla fiducia in Veltroni e nelle sue rassicurazioni. Il premier, tuttavia, dopo averlo incontrato ieri, ha detto che il colloquio è andato «benissimo» .

Lo stesso premier ha incaricato il ministro Santagata di stemperare le polemiche. Per ora, il destino del sindaco diessino di Roma rimane quello di parafulmine delle tensioni fra Prodi e Margherita. Nell’intervista al
Corriere ha escluso di andare a Palazzo Chigi prima del voto; ma pare che non basti.

Veltroni sa che il presidente del Consiglio diffida del modo in cui Ds e Margherita lo hanno indicato come prossimo leader del centrosinistra. E sa anche che l’incubo dominante nella cerchia prodiana è quello di un «nuovo 1998»: una crisi di governo e la sostituzione del Professore, senza andare immediatamente alle urne. Il fatto che il sindaco capitolino abbia precisato che non si presterà mai ad una simile operazione, ha prodotto uno strano effetto. Da una parte, ha tolto un alibi a chi si ostina a considerarlo l’uomo chiamato ad archiviare quanto prima Prodi. Ma dall’altra non ha potuto esorcizzare l’impressione che altri fantasmi stiano svolazzando intorno a Palazzo Chigi.

Pesano l’investitura data a Veltroni dal presidente del Senato, Franco Marini, e dal vicepremier diessino Massimo D’Alema, additati come «congiurati» per antonomasia nella crisi di nove anni fa; e la sua silhouette oggettiva di leader senza concorrenti. L’ironia del ministro Arturo Parisi sulle «candidature ufficiali e sottufficiali » e le allusioni pesanti di Franco Monaco ad un Veltroni o complice o prigioniero, non promettono tregue, anzi. A ben guardare, il tema centrale rimane quello del rapporto fra il Pd e il governo nato dal voto di un anno e mezzo fa. A dividere è l’analisi agli antipodi su meriti e demeriti del premier.

Leggendo Europa, quotidiano della Margherita ed esegeta ruvido delle tesi di Marini e di Francesco Rutelli, Veltroni è la risposta alle difficoltà governative, non la loro causa. La «discontinuità » che il sindaco è chiamato a marcare nascerebbe dall’inadeguatezza della coalizione prodiana; e dall’esigenza di chiudere il «bipolarismo coatto dell’era Prodi-Berlusconi ». È lo schema che fa insorgere il premier ed i suoi sostenitori; e che alimenta i sospetti di una resa dei conti già programmata subito dopo la nascita del Pd, a metà ottobre. L’offensiva ulivista contro Veltroni, e le bordate di Rosy Bindi ed Enrico Letta, suoi concorrenti, sono anche figlie di questa tensione. È un tentativo di tenerlo sotto pressione; e di fargli assumere un ruolo di mediazione e quasi di argine fra Palazzo Chigi e chi è sospettato di preparare il «golpe» autunnale.

L’obiettivo è di far saltare lo schema di una «discontinuità» inesorabile e inevitabile per salvare la coalizione; e di rinviare il più possibile l’uscita di scena di Prodi. Ma Veltroni ripete di avere bisogno di tempo per consolidarsi, e dunque di essere il primo sostenitore del governo. E dal modo in cui il presidente del Consiglio si è mosso nell’ultimo mese, la sua sopravvivenza politica non sembra ancora agli sgoccioli. La prospettiva di restituire il Paese al centrodestra berlusconiano di qui a sette mesi è un formidabile argomento per frenare la voglia di voltare pagina. Ma il futuro di Prodi dipende più dal suo governo e dalla capacità di risalire la china dell’impopolarità, che dall’appoggio di Veltroni.

Pd, il documento di Rutelli

Agosto 28, 2007

(13 Lug 07)

Il Partito Democratico deve aiutare il Governo a cambiare rotta e a rivolgere un messaggio chiaro al Paese. Dopo il primo anno, i risultati positivi vengono incrinati da un rapporto via via più difficile con l’opinione pubblica. E’ finita la lunga stagione in cui la coesione del centrosinistra è stata garantita dall’antagonismo verso Berlusconi.

Non è possibile esaurire la missione di questa legislatura nel risanamento economico. Già l’esperienza del 1996-2001 ha insegnato che non appena è stato raggiunto l’ambizioso traguardo dell’Euro la crisi politica è stata immediata. Occorre indicare con nettezza agli italiani gli obiettivi e comunicarli in modo preciso, chiaro, bene organizzato.

Le difficoltà non vanno sottovalutate, ma esplicitate, per essere risolte. C’è delusione tra i ceti popolari: non si colgono ancora i benefici per chi ha un reddito fisso; le conseguenze dei tagli degli anni passati incidono sui servizi. Si sta radicando un’insofferenza nei ceti medi, tra piccoli imprenditori, commercianti, artigiani, professionisti; l’eccesso di adempimenti fiscali e amministrativi rende mal difendibile la sacrosanta azione contro l’evasione fiscale.

Un incessante e coraggioso processo riformatore è indispensabile per superare le difficoltà competitive dell’Italia e agganciare il mondo che corre. La missione di questi anni per l’Italia è il ritorno alla crescita: la capacità di far crescere l’economia, produrre più ricchezza e benessere, ridurre la pressione fiscale, creare più lavoro, migliore e meno precaria occupazione.

Crescita però è una parola che va declinata in modo comprensibile ed efficace: bisogna mostrarne i benefici per i cittadini e soprattutto dare una spinta di ottimismo e fiducia.

La nascita del Partito democratico rappresenta in sé una svolta. È una decisione coraggiosa; è stato coraggioso il superamento di DS e Margherita per dare vita a un partito nuovo e aperto. Questo partito avrà l’ambizione di costruire alleanze europee ed internazionali innovative. Avrà un impianto pluralista e laico, per cui l’ispirazione religiosa e i valori ideali avranno libertà e forza, senza integralismi. Coraggioso e nuovo è l’appuntamento popolare del 14 ottobre. La candidatura di Walter Veltroni ha esordito con una chiara e positiva discontinuità.

Per battere i riflessi egoistici della destra, che parlano al ventre di molti italiani, ma soprattutto per scongiurare che nasca un “blocco sociale” potenzialmente maggioritario e a noi avverso – che già si vede in alcune aree più dinamiche del Paese e specialmente nel Nord – occorre che il PD sia molto più che un partito nuovo. Proporrà una forte ispirazione nazionale dei compiti dell’Italia. Incontrerà le vocazioni, i talenti, i problemi dei territori con un’organizzazione autonomistica e federale corrispondente alla nostra moderna visione delle istituzioni.

Il Partito Democratico deve produrre un sano shock politico e progettuale per il centro sinistra. La sua nascita deve accompagnarsi con il nuovo messaggio al Paese. Senza porre mano al programma generale di governo, che dovrà procedere con l’impegno di tutta la coalizione, indichiamo 7 programmi d’azione prioritari da mettere in campo per i prossimi 4 anni:

L’ambiente
, in primo luogo, terreno del nuovo umanesimo del XXI Secolo. No al localismo esasperato e alle ideologie della crescita zero; sì a far respirare la natura e le città, migliorare la vita delle persone, dare all’Italia e all’Europa una leadership nella difesa del clima e della terra.

Modernizzare l’Italia è non solo indispensabile ma può essere popolare. Tutela del paesaggio, buona progettazione, tecnologie moderne debbono sposare un programma, con tappe precise entro la fine della legislatura, di costruzione di infrastrutture per la mobilità bloccata, termovalorizzatori ed impianti energetici avanzati.
       
Coesione sociale è futuro
. Nell’oggi, tutelare il potere d’acquisto di stipendi e pensioni; migliorare i servizi per le persone. Per l’Italia di domani: i nostri figli sono un bene pubblico; è urgente uscire dall’inverno demografico. Il welfare sia amico delle famiglie con più occupazione femminile, più equità tra le generazioni, una vecchiaia più attiva e sostegni ai non autosufficienti.

Etica pubblica della responsabilità. Oggi in Italia chi delinque è premiato. Le vittime non sono risarcite e di fatto vengono punite più degli autori dei delitti, che godono troppo spesso i benefici del crimine subendo sanzioni irrilevanti. Qui sta la radice dell’insicurezza: senza certezza dei diritti e delle pene non c’è Repubblica.

Per le imprese
, una burocrazia più snella, subito. Una regolazione liberale e liberalizzazioni in economia, con totale separazione tra politica e affari. Ma, molto di più: il messaggio che siamo dalla parte di chi crea ricchezza, di chi ama fare. Siamo dalla parte di chi innova, ricerca, rischia, crea l’eccellenza della qualità italiana.

Potere alla creatività dei giovani
, che hanno diritto a un ascensore sociale, che torni a far salire talenti, merito, lavoro. Grazie al sapere, alle tecnologie, alla garanzia di accesso alla rete. Con la cultura, espressione del patrimonio e dell’identità della patria e protagonista dello sviluppo del XXI Secolo.

L’Italia nel mondo
sa da che parte stare: costruisce pace, diritto, diritti umani, sicurezza, contrastando il fondamentalismo terrorista con la forza necessaria. In Europa promuoverà politiche comuni – ambiente, energia, immigrazione, difesa – con i paesi che vogliono cooperare senza restare schiavi dell’unanimismo né dell’antieuropeismo. Sarà dinamica nella politica di solidarietà con l’Africa, in una visione di comune destino.

La maggioranza che ha vinto le elezioni deve governare i cambiamenti. Sappiamo che potrà essere confermata solo se soddisferà le attese degli elettori.
Altrimenti, il Partito Democratico dovrà proporre una alleanza di centrosinistra di nuovo conio. Per non riconsegnare l’Italia alle destre, ma soprattutto per non essere imprigionato dal minoritarismo e dal conservatorismo di sinistra, né dalla paralisi delle decisioni.

Noi firmatari sosteniamo Walter Veltroni che a queste ragioni si ispira e che può dare loro forza e consenso.

Veltroni, indizi di novità

Agosto 28, 2007

(28 Ago 07)

Andrea Romano
Nell’Anno del Signore 2007 Walter Veltroni scopre che la sinistra non ha niente da temere da chi produce ricchezza e che il sindacato dovrebbe guardare ai giovani precari senza diritti ben prima che ai già garantiti. Altri lo hanno detto quindici anni prima, non solo il solito Blair ma anche tutta quella schiera di progressisti che tra Europa e Stati Uniti hanno saputo coniugare crescita economica e redistribuzione sociale. Ma va bene lo stesso, meglio tardi che mai. Tanto più se le parole del leader in pectore del Pd segneranno il passaggio dalle formule ai contenuti, dalle raccomandazioni paternalistiche sulle quali si è finora intrattenuto (vogliamoci bene, andate piano, non facciamoci del male, etc.) all’enunciazione di qualcosa che somigli ad una linea politica riconoscibile.

Ancor meglio sarà se queste tardive scoperte ci aiuteranno a capire cosa intenda Veltroni quando si riferisce ad un partito democratico a vocazione maggioritaria e dunque autosufficiente, capace di mettere in discussione l’alleanza obbligata con la sinistra radicale. Perché ad oggi la discussione sul «centrosinistra di nuovo conio», inaugurata da Francesco Rutelli e dai suoi Coraggiosi, ha avuto un forte sapore politicista. Si è lasciato intendere che l’apporto dell’estrema sinistra alla coalizione di governo aveva una data di scadenza, superata la quale il futuro Pd avrebbe conquistato la piena libertà di sostituire ad esempio Rifondazione con l’Udc.

Ma fin qui siamo rimasti nelle ipotesi di accademia, o meglio nella tradizione italiana di un trasformismo dove tutto cambia nelle formule di coalizione senza che niente cambi nell’offerta politica proposta agli elettori. Questo mentre Romano Prodi tira faticosamente la carretta di un esecutivo dove riformisti e massimalisti continuano a convivere, rumoreggiando e sgomitando ma comunque continuando passo dopo passo il cammino di governo. E allora non è parso del tutto privo di fondamento il sospetto che dietro il disegno di quegli scenari vi fosse soprattutto l’intenzione di indebolire Palazzo Chigi, tanto più che Rutelli si è ben guardato dallo scendere in campo in prima persona per la guida del partito democratico.

La differenza tra trasformismo e innovazione politica non è poca cosa. Passa per la piena assunzione di responsabilità, anche personale, e per la capacità di condurre autentiche battaglie culturali dentro il proprio campo. Al di là delle mutevoli alchimie di coalizione, si tratta di battersi per le proprie convinzioni oltre le convenienze del momento.

Così come si tratta di guardare all’interesse vero della propria parte politica al di là delle rendite di posizione, cercando nel Paese il consenso necessario a superare gli steccati dell’identità. Veltroni è stato uomo di molte convenienze e di altrettante convinzioni, queste ultime spesso in conflitto l’una con l’altra nelle tante stagioni che ha attraversato. Ma le sue parole sulla produzione di ricchezza e sulla cecità del sindacato, ancorché in ritardo di quasi vent’anni, possono essere l’indizio di una novità vera. Incalzato dalla pressione di candidati brillanti e combattivi, che non si accontentano del ruolo di gregari, egli ha finalmente detto qualcosa di sinistra. Di quella sinistra che negli ultimi decenni ha governato le economie avanzate dell’Occidente, riuscendo a rendere ragionevolmente più floride e più giuste le proprie nazioni.

Un indizio è ancora un indizio e da oggi starà a Veltroni evitare di ricadere nella sua antica e brillante enunciazione del tutto e del contrario di tutto, magari informandoci la prossima settimana che il capitalismo è alla radice dei mali del mondo e che il sindacato va benissimo così com’è. «Non è ancora il momento di farsi il solletico a vicenda», come più o meno diceva Harvey Keitel in Pulp Fiction, ma intanto godiamoci lo spettacolo di un aspirante leader che prova a innovare i veri contenuti della sua proposta politica.

La politica frattale

Agosto 19, 2007

(19 Ago 07)

Luca Ricolfi
Prendete un fiocco di neve e guardatelo al microscopio: vedrete un’elegante figura geometrica, con un perimetro aguzzo e frastagliato. Fate uno zoom e ingrandite un particolare del perimetro: sorpresa, rivedete lo stesso tipo di perimetro, aguzzo e frastagliato. E così via, zoom dopo zoom. Qualcosa di analogo succede dall’aereo, se provate a guardare le coste di un’isola frastagliatissima come la Gran Bretagna: il profilo di un tratto di costa di mille chilometri somiglia a ogni sua singola porzione di cento.

E quest’ultima a ogni singola porzione di dieci. I matematici, fortunati loro, hanno le parole per descrivere questa strana proprietà di annidamento, per cui il tutto è contenuto in ogni sua singola parte: parlano di figure autosimili e hanno inventato la geometria frattale per descriverle.

Gli studiosi di sociologia e di politica invece no, una parola non l’hanno. Che io sappia, non esiste un termine per dire che un certo oggetto sociale è autosimile, ossia riproduce sempre se stesso a qualsiasi livello lo si scomponga. È strano, perché un oggetto di questo tipo invece esiste ed è sotto gli occhi di tutti: la sinistra italiana.

Guardiamola prima dall’alto, sotto forma di coalizione. L’Unione è un cartello elettorale, che riunisce tutte le forze di sinistra e che è stato messo insieme con alcuni strumenti peculiari: un manifesto volutamente ambiguo (le famose 281 pagine del programma), una procedura di investitura del leader di tipo bulgaro (il plebiscito delle primarie), un meccanismo di selezione dell’élite politica perfettamente oligarchico (le candidature decise a tavolino). Il risultato è che, una volta vinte le elezioni, ogni partito dell’alleanza interpreta il programma a modo suo, il presidente del Consiglio passa il suo tempo a mediare fra le diverse componenti, correnti e sottocorrenti (dette eufemisticamente «differenti sensibilità»), l’azione di governo – risultante di mille spinte e controspinte che si elidono a vicenda – è lenta e impacciata, per non dire altro.

A questo punto, una parte dell’alleanza, ossia il tandem Ds-Margherita, si decide finalmente a varare il Partito democratico, di cui si parla da 12 (dodici!) anni. Allora proviamo a guardare dentro questa «parte», nata per neutralizzare le tensioni e le ambiguità del «tutto» di cui è il nucleo fondamentale. E che cosa scopriamo? Un miracolo dell’ingegneria sociale! Il nuovo partito conserva, in scala ridotta, tutte le peculiarità della coalizione di cui fa parte. Il suo manifesto, proprio come quello dell’Unione, è pieno di idee interessanti, ma prive del mordente necessario per tradurle in politiche economiche e sociali precise. Il leader del nuovo partito, Walter Veltroni, è stato scelto a tavolino dai leader dei due partiti promessi sposi, proprio come era successo per la scelta di quello dell’Unione: due anni fa si mise su il carrozzone delle primarie solo per confermare con un plebiscito una scelta già fatta dai capi (Prodi non aveva veri avversari), oggi si ripercorre la stessa identica strada con nuove primarie a esito scontato (Veltroni non ha veri avversari).

In barba ai bei discorsi sulle lobby e sul corporativismo, il terrore di una competizione vera è così forte che, anche dentro il nuovo partito, nelle menti dei capi Ds è scattato – implacabile – il riflesso pavloviano del centralismo democratico: D’Alema e Fassino non solo si sono autoaffondati come possibili candidati (perché altrimenti la vittoria di Veltroni non sarebbe stata certa al 100%), ma hanno costretto – pardon, «persuaso» – il povero Bersani a rinunciare anche lui, per evitare che un candidato Ds potesse disturbare in qualche modo il vincitore designato. Per non parlare dello spettacolo delle liste a sostegno dei vari candidati, ossia di Veltroni e degli altri due candidati di disturbo (Rosy Bindi ed Enrico Letta): mentre il bilancino dei posti in lista funziona già a tutto regime, gli sventurati elettori di sinistra non riescono a capire che cosa di veramente diverso farebbero i tre candidati, ma già sanno che ognuno «interpreterà» a proprio modo i principi esposti nel manifesto del nuovo partito.

Facendo lo zoom dello zoom, resterebbe Veltroni, ma anche qui la legge della politica frattale colpisce ancora. Il Pd riproduce le ambiguità dell’Unione di cui fa parte e il futuro leader del Pd quelle del partito di cui sarà leader. Forse Veltroni vorrebbe essere (o almeno sembrare) diverso da Prodi, ma nulla suggerisce che lo sia davvero. L’unico tratto che farebbe di Veltroni un leader diverso da quelli che finora hanno guidato la sinistra sarebbe che parlasse chiaro, scegliendo fra le politiche che la sinistra del futuro ha di fronte a sé.

Invece anche Veltroni ha paura. Non vuole scontentare nessuno, e quindi dice e non dice, accenna e corregge, fa un passo avanti e uno indietro. A Torino, nel discorso d’investitura, dice che anche il centro-destra ha fatto qualcosa di ragionevole (grande novità verbale, dopo anni di insulti), ma poi si guarda bene dal fare esempi veri: non cita, che so io, la legge Biagi, o la riforma delle pensioni, ma due provvedimenti politicamente marginali come la patente a punti (che peraltro non ha funzionato) e la legge sul risparmio (troppo tecnica perché un cittadino normale possa avere un’opinione in merito). Nella campagna referendaria, tuba con il Comitato promotore ma non trova neppure il coraggio di firmare, con l’incredibile argomento secondo cui le diverse opinioni presenti nel centro-sinistra renderebbero «inopportuna» una sua scelta netta. Ovviamente l’elettore normale si chiede: se non sa fare un gesto semplice e chiaro neppure quando è ancora solo candidato per la segreteria di un partito, che cosa potrà mai fare quando diventerà segretario? E quando diventasse presidente del Consiglio?

Per non parlare dello spinoso nodo delle alleanze. La vera, fondamentale, domanda che l’elettorato di sinistra si pone per il futuro è semplice e chiara: alle prossime elezioni il centro-sinistra si presenterà con o senza la sinistra estrema? Una risposta chiara a questa domanda basterebbe a rendere molto più prevedibili le politiche che da un futuro governo di sinistra potremmo aspettarci. Ma che cosa fa il buon Veltroni? Sembra accettare una lista di sostegno promossa da Rutelli, che in un breve documento prospetta senza troppi giri di parole la possibilità di «alleanze di nuovo conio» (ossia senza sinistra estrema). Nello stesso tempo si presenta in tandem con Franceschini che, a sua volta, dichiara senza mezzi termini che il Pd dovrà tenere unita la sinistra. Io traduco: «governare ancora con la sinistra estrema», con tutto quel che ne segue in termini di litigiosità e paralisi dell’azione.

Ho capito male? Forse, ma la geometria dei frattali mi dice che potrei aver capito benissimo e che siamo alle solite: ogni più piccola parte del nuovo riflette inesorabilmente il vecchio tutto da cui proviene.

Primarie e spiriti animali

Agosto 9, 2007

(9 Ago 07)

Lucia Annunziata
Quando c’è un pressante invito ad abbassare i toni (l’Unità), quando si esprimono seri impegni, in nome di San Paolo, a stimarsi reciprocamente (Enrico Letta), quando un influente intellettuale suggerisce di misurarsi sui contenuti (Alfredo Reichlin), quando insomma si ascoltano tanti inviti a una competizione civile, è perché questa competizione sta andando nel senso perfettamente opposto. Questa è la sorpresa delle primarie per la segreteria del Partito democratico. Iniziate come una sorta di talk show collettivo e vagabondo, hanno immediatamente rivelato un forte potenziale distruttivo.

Sottolineato, per altro, dal curioso contrappunto delle primarie americane: dagli Usa arriva la notizia che Hillary ha affondato il fascinoso Obama: chi l’avrebbe detto, anche solo pochi giorni fa? E in Italia l’avvertimento risuona come una sorta di «memento mori»: alle primarie si sa come si entra e non si sa come si esce.

Proprio perché «amichevoli», giocate cioè nello stesso campo, il conflitto può diventare infatti estremamente affilato: non ci sono grandi generalizzazioni sotto cui coprirsi (chi dei candidati non è antiberlusconi?) e il confine delle differenze è così sottile da dover essere reso il più marcato possibile. Ambigue per natura, dunque, strette come sono tra amicizia e inimicizia, il rischio primarie è che nessuno dei candidati ne esca bene.

Questo è poi il pericolo che i partecipanti alle primarie italiane sembrano annusare in queste ore. La competizione in poche settimane ha raggiunto la sua terza vita: iniziata con il plauso assoluto per un candidato unico, velocemente passata alla corsa multipla ma pur sempre giocosa, ora, nella prima settimana di agosto, dunque a ben nove settimane dal voto, odora già di polvere da sparo.

Di tutte le polemiche, forse la più significativa del nervosismo generale ha a che fare con lo scambio di accuse su chi è un oligarca: sono più «casta» un giovane e una donna, entrambi ministri, o un semplice sindaco ma con un forte apparato di consenso? Distinzione che all’apparenza sa un po’ di Concilio di Nicea, ma che in realtà affonda la lama in un aspetto importante della fisionomia del potere: è più forte chi ha molta rete (appoggi, consensi, amicizie, scambi, dunque soldi, operatività, gestione) o chi ha una poltrona, un titolo, insomma un Ministero? Per le moderne caratteristiche sociali conta senza dubbio di più la rete. Non è questa forse, peraltro, la base sia delle tecnologie che del terrorismo di Al Qaeda? Ma il Ministero rimane il modello della gestione sociale attuale. Dunque, chi ha il potere, chi è più potente? Si tratta di un nodo centrale della nostra società politica oggi e che le primarie hanno spinto subito al centro.

Il pericolo vero dello scontro viene, tuttavia, non tanto dal rapporto fra i candidati, ma dal rapporto fra tutti i membri del futuro Pd, in nome dei candidati. Quello che sta succedendo è sotto gli occhi di tutti: la presenza in gara di vari leader e la necessità di fare varie liste a loro collegate ha innescato un elemento non del tutto previsto. Le liste sul territorio che dovrebbero eleggere i rappresentanti all’Assemblea nazionale sono divenute nei fatti liste per l’egemonia nelle varie sezioni locali del futuro Pd. Come si vede dalle cronache, infatti, dietro i vari candidati si stanno costruendo alleanze che non seguono più le vecchie linee di partito, ma che prefigurano nuovi rapporti di forza dentro il partito da costruire. Quello che sta succedendo, insomma, in questi giorni – e che si accelererà nelle prossime settimane – è che si è riaperto il processo lasciato incompiuto dai due congressi contemporanei di questa primavera in cui si sciolsero i maggiori partiti, Ds e Margherita.

Che c’è di male, si dirà? Non doveva forse cominciare da qualche parte la lotta politica per definire la nuova organizzazione? Certamente, ed è infatti un bene che questo rimescolamento avvenga. Ma un partito implica anche una riduzione a una logica condivisa, comune. Il processo cui assistiamo avviene invece in maniera occasionale, leggermente caotica, di sicuro frammentata, tutto legato com’è a logiche locali, senza che nessun organismo filtri, organizzi e renda trasparente la competizione in corso. Una situazione perfetta, diciamolo, perché il nuovo partito nasca segnato dalle voracità degli spiriti animali.

Nel Pd parte un barlume di gara, e scatta subito l’allarme democratico

Agosto 8, 2007

(8 Ago 07)

Letta cita san Paolo, Monaco preferisce Vincino. Appello dell’Unità per fermare “la guerra tra i candidati”

A seguire il fervente dibattito agostano tra i partecipanti alle primarie del Partito democratico, si direbbe che la competizione del 14 ottobre assomigli sempre di più a una partita di pallone tra amici. Nelle partite di pallone tra amici, infatti, c’è sempre qualcuno che esordisce dicendo: “Ragazzi, non facciamoci male”. Oppure: “Siamo qui per divertirci”. Simili espressioni del galateo da calcio amatoriale, naturalmente, non sono mancate nemmeno nel Pd. Da parte di Dario Franceschini prima e poi di gran parte dei più convinti sostenitori del ticket tra Walter Veltroni e il capogruppo dell’Ulivo alla Camera.
Chiunque abbia giocato a pallone almeno una domenica nella vita, però, sa bene che il primo a proferire simili perle di popolare saggezza, terminata la partita, finisce regolarmente a inseguire avversari e compagni di squadra fin dentro lo spogliatoio, per un rigore che non c’era o per un fallo che c’era. La stessa impressione fanno oggi le grida scandalizzate dei tanti, dai diessini ai popolari schierati con Veltroni, che dopo avere esortato i rivali a un confronto civile, sereno, “in positivo” e addirittura “senza criticare gli altri”, si dicono allibiti per l’inusitata violenza di Rosy Bindi o di Enrico Letta. Colpevoli di avere affermato, nientemeno, che attorno alla candidatura Veltroni si sarebbe strutturata un’operazione “verticistica”. E così ieri, a tutta pagina, l’Unità lancia l’allarme democratico: “Pd, alt alla guerra tra i candidati”; mentre sul Corriere della Sera il ministro Beppe Fioroni legge le agenzie e trasale: “Qui si è perso il senso del limite”. Proprio così. “Basta – ripete Fioroni – con Veltroni, e non solo con lui, si è oltrepassato ogni limite. Ci vuole rispetto… Cos’è questa voglia di demolire il prossimo?”. E su Repubblica, da parte sua, Goffredo Bettini ricorda malinconico quei “giganti della politica che ai tempi del Pci e della Dc hanno fatto la storia del nostro paese, che sapevano disciplinarsi in una squadra”. E ammonisce: “Indebolire Veltroni sarebbe un atto di autolesionismo”. Ma la replica dell’ulivista Franco Monaco, schierato con Rosy Bindi, non si fa attendere. “Non vorremmo dare ragione al vignettista Vincino – dichiara il deputato della Margherita – secondo il quale ‘Veltroni vola alto e il suo socio Bettini razzola in basso’, ma certo con Bettini non c’è verso di capirsi”. La partita, nonostante tutto, sembra dunque ancora capace di suscitare qualche emozione. Minaccia che l’Unità tenta di stroncare sul nascere, sintetizzando così in prima pagina il nuovo regolamento per le primarie appena varato dall’Ulivo: “La campagna elettorale deve essere leale e non è consentito colpire la dignità degli altri dirigenti”. E subito dopo, istituendo un nesso di causa-effetto piuttosto dubbio: “Dopo le polemiche degli ultimi giorni e gli attacchi di Letta e Bindi a Veltroni è stato varato il regolamento per le primarie che invita ad abbassare i toni”.

I buoni uniscono, i cattivi dividono
Le regole, va da sé, sembrano fatte apposta per affogare nella melassa ogni possibile competizione. “Non è ammessa la pubblicazione a pagamento di messaggi pubblicitari”; “i candidati nazionali non possono superare per la campagna elettorale i 250 mila euro, gli aspiranti segretari regionali i 50 mila, gli aspiranti componenti l’Assemblea costituente i 5 mila”; i dibattiti tra i candidati si potranno svolgere – chissà perché – solo a partire da venti giorni prima del voto. Ma a venti giorni o venti minuti dal voto che sia, sul possibile dibattito, la Stampa di ieri ha già smorzato prematuri entusiasmi: “Duello in tv? Veltroni teme la rissa”. Ragion per cui, spiega l’articolo, il candidato “è orientato a lasciar cadere la ‘provocazione’ di Rosy Bindi, che tre giorni fa aveva sfidato il sindaco di Roma a un pubblico dibattito”. Provocazione. Tanto valeva dirla tutta e chiamare le cose con il loro nome: affronto, insolenza, villania.
Enrico Letta e Rosy Bindi, però, conoscono bene quell’antico schema di gioco, che è forse il punto in cui meglio s’incontrano – o peggio, secondo i punti di vista – le culture comunista e democristiana: i buoni uniscono, i cattivi dividono. E così Letta cita san Paolo: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”. Mentre la Bindi, sul Giornale, spiega che la sua è una candidatura “per il Pd, non contro Veltroni”. E poi “io e Walter abbiamo iniziato questo cammino nel 1993, quando da direttore dell’Unità mi chiese un editoriale sul centrosinistra”. Dopodiché, ovviamente, giù botte: “Non ci sto a queste regole inique. Ds e Dl hanno già deciso tutto”. Del resto, è naturale che sia così: a inizio partita è sempre il favorito (o chi si sente tale) a invocare il fair play. Ma è il vincitore effettivo, e solo lui, che alla fine dell’incontro va a stringere la mano all’arbitro.

L’oligarca fa bene al partito

Agosto 7, 2007

(7 Ago 07)

Andrea Romano
Signora mia, non ci sono più le oligarchie di una volta. Quelle orgogliose del proprio ruolo, capaci di menare fendenti politici senza pietà e di distribuire con accortezza il potere tra gli accoliti più fedeli. Ma anche quelle che toglievano il disturbo all’indomani della sconfitta, con qualche mugugno ma nella certezza che altri avrebbero preso il loro posto nella lotta. Perché i tanto deprecati partiti funzionavano e producevano a ciclo continuo classi dirigenti destinate a sostituire i caduti nelle prime file. Oggi invece basta davvero poco per venir accusato di essere uno spietato oligarca, senza altra forza che quella che emana dalle nomenclature.

Capita in questi giorni al solito Veltroni, che paga lo scotto di essere il favorito nella corsa alla leadership del Partito democratico. Ovvero quello più capace di organizzare truppe e salmerie in vista della grande conta del 14 ottobre: sotto le sue insegne si presenteranno i giovani guidati com’è ovvio dalla ministra per la gioventù, gli ecologisti coordinati dall’esponente rosso-verde, gli amministratori locali diretti da qualche ottimo sindaco. E d’altra parte, cosa dovrebbe fare quel povero leader predestinato? Rinunciare come un novello Celestino alla meticolosa organizzazione del consenso che gli è stata messa a disposizione?

Niente da fare, la prova di forza delle primarie misurerà spessore e solidità delle cordate di potere che i diversi aspiranti sapranno mettere insieme. E qualunque lamentela è destinata ad assumere i toni frustrati di chi sa di non poter essere altrettanto efficace. Quello che colpisce è semmai la veemenza con cui l’accusa di oligarchia viene brandita o respinta dai diretti interessati. Talvolta con effetti bizzarri, come quando Pierluigi Bersani vede pericoli di «verticismo» auspicando di «rimettere lo scettro in mano al popolo dei democratici». Quello stesso Bersani che solo un mese fa ha rifiutato di candidarsi, piegandosi all’ordine di scuderia Ds di produrre un candidato unico, con la singolare motivazione che altrimenti avrebbe finito per «disorientare» i militanti. Quei militanti così facili al turbamento ma ai quali oggi dovrebbe essere restituito lo scettro.

O come quando Goffredo Bettini convoca una conferenza stampa per spiegare che «Veltroni non accetterà alcuna pesantezza burocratica o spartitoria». Proprio lui, Bettini, che da anni governa saldamente il Lazio per interposta persona e all’insegna di un perfetto modello di spartizione del potere. Sia reso onore a Bettini e al suo «modello Roma», che ha permesso al centrosinistra di riconquistare quello che un tempo era un solido feudo sbardelliano e postfascista. Ma sarebbe un segno di stile che da quel pulpito si evitasse di fare la lezione sui meriti della sempre più mitologica «società civile» e sui guasti delle logiche spartitorie.

Viene da pensare che uno dei problemi del centrosinistra non sia tanto la malattia oligarchica, quanto l’assenza di una buona e sana oligarchia. Quella che vige nei normali partiti democratici, dove le élite si producono attraverso la battaglia delle idee e dove chi vince si insedia al potere senza complessi di colpa. Ma anche senza alcuna illusione sulla propria mortalità politica, sulla trasparenza del proprio mandato e sull’ineluttabile ricambio che verrà dopo la sconfitta. Non c’è bisogno di tornare a Vilfredo Pareto per ricordare che le organizzazioni politiche virtuose si distinguono per la circolazione delle classi dirigenti e per l’allargamento continuo delle loro basi di formazione. Ovvero per quei meccanismi di mobilità verticale che in Italia sono bloccati da quasi un ventennio, da quella grande crisi dei primi anni Novanta che ha inceppato una volta per tutte gli ingranaggi di formazione delle leadership di partito.

Nel frattempo il Paese è andato avanti, si è rinnovato in molti suoi settori ma non certo in politica. Perché non ha davvero tutti i torti Emanuele Macaluso, quando scrive nel suo abrasivo libretto Al capolinea che «in Europa i partiti continuano a chiamarsi socialisti e i gruppi dirigenti cambiano in conseguenza dei mutamenti delle politiche, mentre in Italia i gruppi dirigenti rimangono sempre quelli e sopravvivono al mutare della strategia».

Le primarie per il Pd possono essere l’ultima tappa di questa lunga stagione di finzione, il travaglio necessario per restituirci i benefici di quella buona e responsabile oligarchia che qualifica ovunque i grandi partiti democratici.

La formula algebrica del PD

Agosto 2, 2007

(2 Ago 07)

Emanuele Macaluso
Edmondo Berselli, su “Repubblica”, ha scritto un pezzo per spiegare come e perché il Pd ha respinto gli “assalti corsari” di Pannella e Di Pietro. Le ragioni politiche, dice Berselli sono note: Pannella voleva fare solo ammuina. Eppure autorevoli esponenti del Pd (Chiamparino) avevano detto che l’apporto di Pannella era vitalizzante. Altri, pare lo stesso Prodi, avevano incoraggiato Di Pietro a correre perché l’ex pm è un democratico doc. E allora? Berselli che è persona intelligente, fine analista e conoscitore delle vicende politiche del Pd, nel suo pezzo non ci spiega perché i “due”, da sponde opposte, considerano il Pd la loro casa. La verità è che i leader Ds e Margherita non volevano apparire come cuochi di una cucina casalinga che ammannivano un minestrone freddo e insipido. Quando qualcuno, provocatoriamente o seriamente, ha detto: bene ci siamo, riscaldiamo e saliamo la minestra, si è tornati indietro.
Berselli usa una bella espressione: «quelle candidature estemporanee riportano il Pd alla fase “liquida”». Ma non sarebbe giusto, onesto e corretto dire la verità: il Pd non può essere altro che la somma algebrica di Ds + Margherita – qualcosa.
Non è poi una vergogna. È cosi?