(10 Lug 07)
Federico Geremicca
C’è una cosa di cui si può esser certi, conoscendo solo un po’ il carattere sanguigno del personaggio e ciò che pensa dei primi passi del nascente Partito democratico: e cioè, che quello che in queste ore sta davvero mandando fuori dai gangheri Pierluigi Bersani, è la pioggia di complimenti (provenienti soprattutto dalle file del suo partito, Fassino in testa) per la “saggezza” e il “senso di responsabilità” dimostrati con l’annuncio che non si candiderà alla guida del Pd in competizione con Walter Veltroni e con chi altro, magari, deciderà di provarci. Quelle dichiarazioni, quei complimenti gli hanno dato sommamente fastidio. E uno sopra tutti: quello di Piero Fassino.
E’ al leader diessino più che a chiunque altro, infatti, che Bersani rimprovera il mancato decollo di una candidatura mai nata davvero, nonostante appelli e incoraggiamenti dai settori più diversi della società civile. Ed è a lui, più in generale, che contesta di aver messo fin dall’inizio il treno del Pd su un binario sbagliato. E’ questa la ragione del malessere che si cela dietro le due frasi chiave della lettera aperta (inviata non a caso ai suoi sostenitori e non al suo partito o addirittura al segretario del suo partito) con la quale il ministro per lo Sviluppo economico ha annunciato che non sarà candidato alle primarie del prossimo 14 ottobre. Con la prima frase, relativa ad una sua possibile candidatura, spiega: «Per come si sono svolte le cose, quello che avrebbe potuto essere un arricchimento del nostro percorso rischierebbe di diventare un elemento di disorientamento». Con la seconda, indirizzata ai Ds, invece, accusa: «Io stesso ho pensato a come il nostro primo passo avrebbe potuto essere diverso e diversamente innovativo anche per la tradizione politica a cui appartengo». Con chi ce l’ha, e perché? Dicevamo Fassino. «Piero avrebbe potuto almeno attendere che Veltroni accettasse la candidatura, prima di imporre il suo altolà un po’ stalinista esplicitato con il famoso “se Veltroni sarà candidato tutti i Ds saranno con lui”…», spiegano dall’entourage di Pierluigi Bersani. Non solo. Perché se la sua prima dichiarazione non era stata sufficientemente chiara, il giorno antecedente il discorso di Veltroni al Lingotto – fanno notare dalle parti di Bersani – il segretario diessino si incaricò di chiarirla: «Io penso – disse infatti martedì 26 giugno – che personalità come Bersani e Letta possano concorrere, insieme a me e a tanti altri, a sostenere Veltroni…». Che senso avrebbe allora potuto avere – se non quello, appunto, di «disorientare» – una candidatura-Bersani in aperto contrasto con le indicazioni del segretario del suo partito? Alla fine, dunque, il ministro per lo Sviluppo economico s’è fermato. Due tre colloqui per aver conferma dell’inevitabilità della decisione ormai maturata e poi l’annuncio che non scenderà in pista: con quel micidiale «il nostro primo passo avrebbe potuto essere diversamente innovativo anche per la tradizione politica cui appartengo».
Invece, è questa la constatazione fatta da Bersani, ha prevalso il riflesso condizionato all’unità, l’appello a non dividere le forze, l’invito a serrare le file affinché il primo segretario del Pd sia – e per plebiscito – un uomo proveniente dalle file dei Ds. Il che, ovviamente, è importante anche per Bersani: ma non certo sufficiente. «Di questo, lui è realmente amareggiato», confida Nicola Latorre, dalemianissimo membro della segreteria diessina. «Ci ha spiegato: “Io ritengo di poter rappresentare esigenze che Walter non garantisce appieno e non capisco dov’è il reato, se decidessi di candidarmi. E’ un modo anche per allargare l’area del consenso al Pd… Invece Fassino ha già chiuso le porte annunciando che tutti i Ds sosterranno Veltroni, che è una cosa dell’altro mondo”…». E di fronte a qualche compagno di partito avrebbe aggiunto: «Allora ci vada lui in Veneto e Lombardia a spiegare a imprenditori e ceti produttivi che la scelta del sindaco di Roma è un segnale di attenzione verso il Nord…».
E’ evidente che la scelta di Bersani – e soprattutto l’animo che la sottende – rappresenta un’altra grana di non poco conto per Walter Veltroni. E non è l’unica emersa ieri. Anzi, a ben guardare, ancora più insidiosa è la polemica sviluppata da Arturo Parisi direttamente nei confronti del sindaco di Roma, reo di sostenere il referendum elettorale ma di non firmarlo con la motivazione che «sono candidato alla guida di un partito collocato in una maggioranza in cui ci sono opinioni diverse». La replica del ministro della Difesa, ulivista della prima ora, è al vetriolo: «Se candidato alla guida significa candidato a guidare, a scegliere, non riesco a capire perché Veltroni decida di farsi guidare invece che guidare… Il Veltroni che serve all’Italia è uno che espone la sua linea e su questa cerca il consenso, non un candidato che si propone fin dall’inizio come il candidato di tutti e di nessuno».
Il rilievo è pesante perché punta dritto al cuore delle due questioni che, a detta di alcuni, rappresenterebbero il vero tallone d’Achille di Walter Veltroni: la ricerca dell’unanimismo e, dunque, la predisposizione verso posizioni generiche – se non proprio ecumeniche – capaci di non scontentare nessuno. Un limite che potrebbe rivelarsi effettivamente pesante, se non superato, a fronte delle scelte da compiere da oggi ai prossimi mesi. Riuscirà Veltroni ad assumere il piglio «decisionista» indispensabile per riportare un minimo d’ordine nel centrosinistra? E poi: solleciterà effettivamente candidature alternative alla sua per le primarie di ottobre? A questa seconda domanda potrà forse rispondere la riunione che il «comitato dei 45» terrà domani per definire le ultime regole in materia di primarie e candidature. Per la prima, invece, occorrerà più tempo. Ammesso che Veltroni – per il possibile precipitare di alcuni fatti di governo – abbia il tempo necessario almeno per tentare l’indispensabile trasformazione.
Luglio 11, 2007 a 10:41 am
“Io – spiega in una intervista di oggi su Repubblica.it il Ministro Pierluigi Bersani – voglio che il Pd sia il partito delle riforme. Non più un partito riformista: questa formula mi ha stancato, ti puoi definire riformista quando le riforme le hai fatte, non più solo quando prometti di farle. Per questo serve un linguaggio fatto di proposte chiare e concrete, che la gente capisce: non rispondi più ai bisogni radicali del Paese, se vivi di un meccanismo comunicativo in cui usi una stessa parola con cinque significati diversi”. Non è la decisione politica del ministro Bersani che mi interessa sottolineare – aver deciso di ritirare la sua candidatura da leader del Partito Democratico in competizione con il sindaco di Roma Walter Veltroni ormai acclamato dopo Torino alla guida del nuovo partito nato dalla fusione di Margherita e Ds – ma come affermato dal blog politicom.it ieri(
Vento del cambiamento: un’altra politica ed un altro linguaggio del 10 luglio 2007) la necessità di un nuovo linguaggio per la classe politica ed i partiti. Bersani nel passaggio citato coglie proprio il binario sul quale far correre questo nuovo linguaggio: chiarezza e concretezza. I termini relativi ad un posizionamento nella geografia politica dell’emiciclo parlamentare – come “riformisti” nel caso citato da Bersani – non sono più per l’opinione pubblica e quindi per gli elettori rappresentativi di un progetto politico o di un programma politico conosciuto a priori. Oggi i politici ed i partiti sono obbligati in primis a spiegare i contenuti e le idee di cui si fanno portatori e solo successivamente creare delle icone, delle parole, delle immagini che ne sono rappresentative. Il primato del contenuto rispetto alla forma. La comunicazione politica che si attua in rete o nel web2.0, nello specifico è appunto questo: contenuti concreti sostenuti non più da forme rappresentative(come simboli di partito, strutture di partito, correnti storiche di pensiero, icone internazionali o miti) ma da mezzi sempre più veloci e diretti di comunicare. La comunicazione politica on line in alcuni casi – le presidenziali americane sono un valido esempio – pur non potendo ambire a tutto il corpo elettorale inizia comunque a modificare l’approccio di una piccola parte di politici, anche italiani, quasi a lasciar intuire che qualche risposta verso un nuovo linguaggio della politica stà timidamente arrivando.
http://www.politicom.it
Agosto 27, 2007 a 6:08 pm
Il giornalista romano ha rinunciato in extremis alla candidatura
Antonello De Pierro non correrà più per la guida del Partito Democratico
Il direttore di Italymedia.it e storico conduttore di Radio Roma, oltre che leader del movimento “L’Italia dei diritti”, aveva deciso di candidarsi, ma come si apprende dal coordinatore nazionale del movimento stesso Dario Domenici, è stato costretto a ritirarsi per motivi personali
Aveva accettato di candidarsi per le Primarie del 14 ottobre 2007, per concorrere alla carica di segretario nazionale del Partito Democratico, dopo che da più parti gli erano giunte richieste in tal senso, e, sostenuto da più associazioni e gruppi, oltre naturalmente che dal movimento per i diritti dei cittadini “L’Italia dei diritti”, di cui è presidente, aveva avviato in tutta la penisola la raccolta delle firme necessarie da consegnare entro il termine fissato, per accedere all’elenco degli aspiranti. In extremis però il popolare giornalista Antonello De Pierro, direttore di Italymedia.it http://www.italymedia.it e voce storica dell’emittente radiofonica Radio Roma, giannizzero di tante battaglie in campo sociale, sempre per tutelare i diritti dei più deboli, schierato contro l’arroganza dei potenti e la corruzione dilagante di settori deviati delle istituzioni, per motivi personali ha rinunciato a candidarsi. E’ quanto è stato reso noto dal coordinatore nazionale del movimento “L’Italia dei diritti” Dario Domenici, che non ha specificato il motivo della defezione, che come già accennato risalirebbe a motivi prettamente personali. Sembra che la decisione di De Pierro di concorrere alla carica per cui sono candidati Walter Veltroni, Furio Colombo, Enrico Letta, Rosy Bindi, Mario Adinolfi ed altri, sia scaturita dalla necessità soggettiva di apportare una ventata di forte coinvolgimento sociale in una classe politica ormai impopolare, e sempre fedele al suo motto, ripescato nell’archivio geniale di Cesare Pavese “Non bisogna andare incontro al popolo, ma essere popolo”. Ed è proprio ciò che il giornalista romano ha da sempre fatto, dalle pagine dei giornali diretti, dalle frequenze radiofoniche, ma soprattutto grazie all’indole solidale che lo caratterizza, facendosi carico di problemi che nella maggior parte dei casi, con l’impegno, la caparbietà e la forza mediatica ha brillantemente risolto, rivendicando la sua indipendenza e non preoccupandosi giammai di potersi mettere contro i cosiddetti potenti. Spesso ha pagato anche sulla propria pelle le omissioni e le falsificazioni clamorose a livello istituzionale, e successivamente le ritorsioni, solo, in virtù del suo innato senso di giustizia, per aver tentato di far rispettare dei sacrosanti diritti, che nelle circostanze erano stati spudoratamente calpestati. Italymedia.it è da sempre un portale di informazione libera che denuncia tutto il marcio che riesce a smascherare, in maniera politicamente trasversale, la giustizia e i diritti non hanno colore, anche perché è pura retorica, peraltro piuttosto patetica la convinzione che le ingiustizie e i soprusi siano peculiarità di questa o di quella classe politica. Dove esiste l’uomo c’è il pericolo di degenerazione morale, ed è dovere sacrosanto di chi si muove nella legalità denunciarlo, anche se ciò non sempre avviene, ed è un dato di fatto che spesso il delinquente è più forte dell’onesto, e muoversi nell’illecito è più agevole che addentrarsi nei vincoli che la codificazione legale impone.
Tra l’altro il giornalista e conduttore era considerato l’unico che avesse qualche improbabile e comunque inutile chance in più, di fronte a Superwalter, che dopo il grande consenso conquistato meritatamente alla guida dell’amministrazione capitolina, ha già in tasca la leadership del nascente Partito Democratico. I candidati Rosy Bindi ed Enrico Letta, facenti parte di un governo che ha fortemente deluso anche il suo stesso elettorato, non hanno alcuna speranza a cui aggrapparsi per ottenere l’ambita posizione di vertice. Il leader de “L’Italia dei diritti” comunque sosterrà Walter Veltroni, persona che ha dichiarato in più occasioni di stimare umanamente e politicamente da sempre e in cui ripone grande fiducia, ed ha annunciato che presto, “viste le pressioni della gente e dei fedeli lettori, ascoltatori e sostenitori, non potrà esimersi dall’affacciarsi sulla scena politica romana e nazionale, per ottenere uno strumento in più al fine di tutelare gli interessi di chi spesso non ha voce, in quanto soffocata dal potere e dall’arroganza di pochi eletti”, priorità diventata ormai una missione ed una ragione di vita.