L’ecologia del fare

Luglio 7, 2007

(7 Lug 07)

Walter Veltroni
Un tema e un valore universali, così come sconfiggere la povertà e il sottosviluppo. Questo è oggi la lotta ai mutamenti climatici, e il messaggio prezioso che arriva dalla maratona musicale di Live Earth è che tutti – la politica, le imprese, il mondo della cultura, i singoli cittadini – devono sentirsi chiamati in causa dall’impegno per fermare il «Global Warming».

Il clima che cambia non è più una possibilità per il futuro, una minaccia ipotetica. È una realtà. Il clima sta già cambiando e l’uomo già paga prezzi pesanti per le temperature che si alzano, i deserti che avanzano, le siccità e le alluvioni che si fanno più violente e più intense. Pagano, paghiamo tutti, ma più di tutti pagano anche in questo caso i più poveri: sono milioni, soprattutto in Africa, i «profughi del clima» senza più terra da coltivare, senza più raccolti di cui vivere.

Nella storia del nostro pianeta ovviamente non è la prima volta che si verificano profondi sconvolgimenti climatici, è successo, risuccederà. È la prima volta, invece, che cambiamenti così avvengono in presenza della nostra umanità evoluta, civilizzata ed è la prima volta che un simile rivolgimento climatico vede l’uomo come principale responsabile. Il clima cambia perché scarichiamo nell’atmosfera troppa anidride carbonica, dunque perché bruciamo troppo carbone e petrolio e tagliamo troppe foreste pluviali. L’uomo è la causa, l’uomo è la prima vittima del «Global Warming». Ma l’uomo, l’uomo moderno con la sua straordinaria capacità scientifica e tecnologica, l’uomo moderno illuminato da quello che Hans Jonas ha chiamato il «principio responsabilità», può anche essere la soluzione.

Per fermare i mutamenti climatici bisogna cambiare modo di produrre e di consumare energia: investendo sull’efficienza e sul risparmio, puntando sulle energie pulite e rinnovabili. Devono farlo tutti ma l’impegno maggiore tocca ai Paesi industrializzati, che contribuiscono per oltre il 50% alle emissioni che alterano il clima. La via è quella indicata dall’Unione Europea con i tre obiettivi «20%» che si è data per il 2020: meno 20% sulle emissioni di anidride carbonica, meno 20% sui consumi energetici, più 20% almeno di fonti rinnovabili.

L’Europa prima e più di altri ha capito che riformare i sistemi energetici è indispensabile per stabilizzare il clima, ma è anche una convenienza economica per se stessa – perché promuove l’innovazione tecnologica e la dematerializzazione dell’economia, frontiere obbligate per continuare a competere nel mondo globalizzato ed è un imperativo morale: verso le generazioni future, certo, e verso il Sud del mondo. Grandi Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, l’Indonesia crescono economicamente a ritmi rapidissimi, e insieme al loro Pil galoppano anche i loro consumi di energia; lo stesso, è auspicabile, potrà fare presto l’Africa. Solo diversificando gli approvvigionamenti energetici rispetto all’attuale predominanza dei combustibili fossili, solo cooperando perché lo sviluppo dell’Asia, dell’America latina, dell’Africa segua sul piano energetico percorsi innovativi, sarà possibile al tempo stesso fermare la spirale dei cambiamenti climatici, difendere e accrescere il nostro benessere, costruire un mondo senza più miliardi di affamati e diseredati.

Per tutte le culture riformiste la lotta ai mutamenti climatici deve diventare una priorità e questa è una delle grandi ragioni per cui serve una politica nuova, capace di integrare nel suo pensiero bisogni, come appunto quelli legati alla sostenibilità, del tutto inediti. Ma l’urgenza di un grande patto globale contro il «Global Warming» impone di rinnovarsi anche all’ambientalismo. La cultura ecologista è molto più giovane delle altre grandi tradizioni riformiste, ma anch’essa è nata ben prima che i cambiamenti climatici diventassero un tema di così stringente attualità. Oggi l’ecologismo non può che essere uno dei principali orizzonti di riferimento di un credibile progetto di governo della società e in Italia della costruzione del Partito democratico: però un ecologismo del sì che si batta per «fare» anziché per «non fare». Un ecologismo che sostenga, anziché contrastare, l’energia eolica, l’alta velocità, i rigassificatori, tutte infrastrutture necessarie per ridurre i consumi di petrolio e carbone.

Davanti all’evidenza del clima che cambia, dei danni sociali ed economici che tale cambiamento comporta, se non viene fermato, sempre di più battersi contro il riscaldamento globale è un atto di buon senso e di buona volontà che deve accomunare tutti gli esseri umani e tutte le forze politiche. Ma per quanti si richiamano ai valori dell’equità, della solidarietà vi è un motivo ulteriore per innalzare questa sfida come una propria insegna: salvare la stabilità del clima per noi, per i nostri figli, per le generazioni che verranno è un’esigenza irrinunciabile per dare senso, nel XXI secolo, all’idea di progresso.

Lascia un commento