Archivio per Luglio, 2007

Furio Colombo, rinuncia con polemica

Luglio 31, 2007

(31 Lug 07)

Il ministro contesta la sua esclusione ma non farà ricorso
I radicali insistono: “Non ci fermiano, Pannella deve correre”
Di Pietro: “Temevano un vero concorrente”
Il senatore dell’Ulivo ha raccolto firme in mezza Italia ma via fax. Il comitato tecnico del Pd pretende gli originali in 48 ore. “Per me è impossibile. Non ho un partito dietro le spalle”

Il colpo di scena arriva poco dopo le sette di sera. Furio Colombo, senatore dell’Ulivo e uno degli otto candidati alle primarie del partito democratico, rinuncia alla competizione del 14 ottobre. Il motivo è molto tecnico. E lo annuncia lui stesso in una lettera che sarà pubblicata domani sull’Unità: il Comitato tecnico-scientifico del Pd ha contestato al senatore il fatto che molte firme da lui raccolte sono “in fotocopia” perchè “mi è stato impossibile, non avendo una struttura di partito alle spalle, andare in giro per l’Italia a raccogliere fisicamente le migliaia di firme”. L’unica cosa che il senatore ha potuto fare, in poco tempo, è stato appunto raccogliere i fax degli amici in giro per l’Italia che lo hanno supportato. Ma secondo le regole, quei fax potrebbero essere fotocopie e quindi irrecevibili. Nell’attesa che il Comitato tecnico-scientifico decidesse sul dà farsi, e impossibilitato a rintracciare “in 48 ore” gli originali in giro per un paese che sta per andare in ferie, Colombo ha tagliato la testa al toro. “Rinuncio” ha scritto.

Pratogonista della giornata è stata la rabbia degli esclusi. Di Marco Pannella e di Antonio Di Pietro che non potranno correre alle primarie del Partito democratico. Che avrebbero voluto ma che sono stati stoppati. “Volete correre per il nuovo partito? Sciogliete i vostri” si sono sentiti dire dal comitato che, regolamento alla mano, decide le candidature per la corsa alla segreteria della costituenda formazione politica.

E oggi l’ex pm attacca: “Il Pd ha perso un’ottima occasione per potersi qualificare tale. Un partito, per potersi definire davvero democratico deve essere aperto e pluralista altrimenti semplicemente non è”. 0 La motivazione con cui è stato escluso è semplicemente “un furbo espediente per non avere tra i piedi un concorrente vero e reale, un candidato che avrebbe rotto le uova nel paniere, che avrebbe potuto rimettere in discussione gli equilibri precostituiti”. Ma il ministro va anche oltre: “Con il tempo e a mente serena bisognerà riflettere sulle reali motivazioni di questo diniego (che, in realtà, sono molto gravi e per certi versi inconfessabili) e trarne le inevitabili conseguenze, anche sulla opportunità di restare o meno in una coalizione che di fatto ci respinge!”. Tra i motivi, l’ex pm non esclude “la posizione che ho assunto sulle intercettazioni” che hanno travolto il vertice dei Ds. Di Pietro ha detto che “Prodi si è molto rammaricato per l’esclusione dell’Italia dei valori dalla Costituente del Pd”.

Anche in casa radicale c’è fermento. L’esclusione di Marco Pannella non è stata ancora digerita e oggi, Emma Bonino, insiste: “Il problema, più che tecnico, è tutto politico”. Contesta le motivazioni, l’esponente radicale, parla di “arroccamento” di Ds e Margherita. E promette battaglia: “Questa decisione dimostra che si tratta della mera fusione di due oligarchie. Noi useremo le possibilità di ricorso, sperando che le nostre ragioni, che poi dovrebbero essere le loro, facciano breccia”.

Ricorso che, invece, Di Pietro non farà. Non nascondendo, però, le conseguenze politiche della sua esclusione: “Con il tempo – dice il leader dell’Italia dei valori – bisognerà riflettere sulle reali motivazioni di questo diniego e trarne le inevitabili conseguenze. Per ora una cosa è certa: chi non ci vuole non ci merita!”.

Tocca a Maurizio Migliavacca, uno dei coordinatori del comitato per il 14 ottobre, rispondere. Ed è un riaffermare dic ose già dette più volte. “Se dei leader nazionali vogliono partecipare alle primarie del 14 ottobre devono riconoscere le regole che valgono per tutti e impegnarsi concretamente per il superamento dei loro partiti”. Quindi, chi ha ancora un partito alle spalle, non può pensare di candidarsi alla guida di un altro.

Domande ad aspiranti leader Pd

Luglio 27, 2007

(27 Lug 07)

Franco Bruni
Vogliono i candidati a capeggiare il Partito Democratico confrontarsi e differenziarsi al più presto, con un poco di chiarezza e concretezza, sulle linee che intendono seguire nel compito cui aspirano dopo le primarie?

Se non lo faranno è inutile che siano più di uno. Al Paese non serve una gara di simpatia. Prodi ha un problema di leadership, è vero: ma sarebbe sleale acutizzarglielo limitandosi a gareggiare in piacevolezza mediatica. La politica economica è un buon campo per esercitarsi in concretezza. Non si tratta di entrare nel dettaglio della situazione congiunturale, ma nemmeno di limitarsi a dichiarare grandi e astratti principi ideali. Occorre impegnarsi su criteri di decisione la cui applicazione coerente può essere ragionevolmente promessa nel medio-lungo termine, quando il nuovo partito ci sarà e opererà, e controllata dall’elettorato.

Può essere utile qualche esempio, cominciando dalla politica di bilancio. Ciascun aspirante leader potrebbe cercar di rispondere a domande del tipo: quale velocità di rientro del debito pubblico è opportuno perseguire nei prossimi dieci anni? Tale velocità implica un vincolo ai disavanzi delle amministrazioni centrali e locali che può essere rispettato con diversi livelli e qualità di entrate e uscite pubbliche. Come vanno modificati il livello e la qualità delle entrate e delle uscite? In quanti anni si può ridurre di dieci punti percentuali la loro incidenza sul Pil? È giusto semplificare e sfoltire la gamma dei tributi, le deduzioni, i sussidi e i trasferimenti, gli incentivi, in modo da non pretendere di usare la finanza pubblica per influenzare i dettagli della distribuzione del reddito, della spesa privata e della struttura produttiva? In che misura il carico fiscale va spostato dalle imprese alle persone, dalle imposte dirette alle indirette, dal risparmio al consumo, dal reddito al patrimonio? In che modo si possono ridefinire le priorità della spesa pubblica, prescindendo dall’inerzia dell’esistente, diffondendo misure periodiche oggettive della qualità, della quantità e del costo di tutti i servizi pubblici?

Fra i criteri su cui impegnarsi c’è poi senz’altro l’elenco delle numerose liberalizzazioni del quale l’economia del Paese ha urgente bisogno per realizzare i rapidi cambiamenti che sono imposti dallo scenario competitivo internazionale e per abbattere il costo delle rendite di posizione degli operatori e delle categorie che beneficiano di regolamentazioni protettive. È chiaro a tutti che liberalizzare non significa abbandonarsi a mercati sregolati ma migliorare le regole, rendendole più chiare, più facili da far rispettare, più neutrali e meno intrusive. È possibile fare uno scadenziario abbastanza preciso di tutte le «liberalizzazioni» da realizzare, in modo che ciascuno possa valutare nell’insieme i costi e i benefici che ne trarrà? Quali sono le priorità di ogni candidato in tale scadenziario?

Se si liberalizza il settore privato e si riforma la spesa pubblica occorre flessibilità nella struttura dei salari e dell’occupazione, privata e pubblica. Retribuzione del merito, differenziali salariali regionali, passaggio dalla difesa del posto di lavoro alla difesa del lavoratore, che dev’essere però disposto al cambiamento: come muoversi concretamente su queste strade? E’ possibile, in questo settore, presentarsi in Parlamento con proposte che non abbiano avuto il previo assenso di tutti i maggiori sindacati?

Se ogni candidato leader del Partito democratico è disponibile a rischiare di esser diverso dagli altri nel rispondere a domande di questo genere, non potrà fare a meno di indicare gli alleati ai quali intende proporre di condividere almeno in parte le sue risposte. Nessuna delle politiche economiche che possono rimediare davvero ai problemi del Paese si può realizzare con consensi risicati e precari. Indipendentemente dalle leggi elettorali che abbiamo e avremo, il singolo partito democratico non può fare a meno di una politica di alleanze e dialogo con le altre forze politiche. Anche su questo dev’esserci chiarezza da parte di chi partecipa alle primarie. Dobbiamo dare per scontato che tutti i candidati vogliono un partito che mirerà a tutti i costi, come sta facendo Prodi, a tenere unito tutto il polo di sinistra? Se così fosse sarà difficile che si impegnino su criteri di politica economica concreti e coerenti.

C’è poi la diversa questione delle «grandi alleanze» temporanee, che coinvolgano larga parte di entrambi gli attuali poli nella realizzazione di un programma limitato e urgente, adatto a riaprire poi il gioco bipolare con una base di regole condivise. Poiché una riforma elettorale meno selvaggia, nel contenuto e nel metodo, di quella fatta dalla precedente maggioranza richiede senz’altro ampie alleanze, la questione rimarrà comunque all’ordine del giorno nei prossimi tempi. Ma se ci si allea per fare una riforma elettorale dovrebbe essere forte la tentazione di mettere nell’agenda dell’alleanza anche alcuni punti urgenti e cruciali di politica economica, che si possano condividere e non si vogliano far dilaniare dalla scomposta competizione bipolare. Vogliono i candidati alle primarie del nuovo partito dirci con chiarezza il loro pensiero in proposito? Non si tratta di essere sleali con Prodi, ma leali con i loro potenziali elettori.

Enrico Letta si candida alle primarie del PD

Luglio 25, 2007

Candidature e referendum le sfide del Pd

Luglio 22, 2007

(22 Lug 07)

Andrea Romano
E’ in questi ultimi giorni di luglio che il centrosinistra dovrà decidere come vestirsi in autunno. Perché la prossima settimana si definiranno i termini della partita politica destinata a riaprirsi già in settembre. Da una parte con la conclusione della raccolta di firme per il referendum elettorale, dall’altra con la formalizzazione della candidatura di Enrico Letta alla leadership del partito democratico.

Sono due eventi solo in apparenza separati, perché il loro intreccio spingerà la maggioranza a definire una volta per tutte la direzione da prendere per uscire dalle secche nelle quali si trova. Un’opportunità di chiarezza verrà innanzitutto dalla scelta di Letta, che contribuirà a fare delle primarie per la guida del Pd quella trasparente contesa tra opzioni politiche diverse di cui tutto il Paese – e non solo il centrosinistra – mostra di avere bisogno. Già oggi quello che doveva essere un mesto percorso di incoronazione plebiscitaria si è fatto più ricco e appassionante. La candidatura di Rosy Bindi, oltre che per la forza del popolarismo sociale di cui è testimone, attira consensi per la sua esplicita difesa dell’esperienza di governo incarnata da Romano Prodi: «il prodismo delle origini – come ha scritto Federico Geremicca sulla Stampa – ovvero l’ulivismo della prima ora col suo arredo politico ideale». Quanto sia ancora attraente per il più ampio elettorato italiano questa prospettiva è difficile dirlo, o forse è fin troppo facile per essere qui ricordato. Ma è anche questo tocco di ardita incoscienza che rende ammirevole la scelta della Bindi.

Con la discesa in campo di Letta il menu è destinato a farsi ancora più ricco. Perché solo allora si renderà chiara un’offerta politica esplicitamente diversa da quella rappresentata fino a oggi dal centrosinistra prodiano. Un’offerta capace di svincolarsi dall’abbraccio con la sinistra radicale sulla base di un’esplicita assunzione di responsabilità riformista. Lo ha spiegato meglio di altri Umberto Ranieri, esponente Ds deluso dall’incapacità del proprio partito di esprimere con Bersani una candidatura di segno riformatore. La principale potenzialità di Letta – ha detto Ranieri al Corriere della Sera – è nel «mettere sul tappeto punti programmatici espliciti e concreti di riforma, rischiando anche l’impopolarità, facendo i conti con i tabù conservatori che permangono ancora in certa sinistra».

D’altra parte, è quanto si può leggere nella biografia politica di Letta. Giovane senza essere giovanilista, il che non guasta per quello che si propone di essere un partito nuovo che dovrà dotarsi di una classe dirigente anch’essa finalmente nuova. Ma soprattutto esponente della migliore tradizione democristiana, che con Beniamino Andreatta ha saputo incrociare il riformismo popolare con quello di segno Pci e Psi senza mai smarrire l’aggancio all’orizzonte politico e ideale dell’Occidente. Se vogliamo, la candidatura di Letta renderà concreta la suggestione di un «centrosinistra di nuovo conio» che il manifesto di Rutelli si è limitato a indicare senza poi tradurla in una piattaforma alternativa a quella di Veltroni.

Già, Veltroni. Perché tra il ritorno al «prodismo delle origini» di Bindi e l’esplicita opzione riformista di Letta rimane l’autostrada centrista percorsa da Walter Veltroni. Il quale in questi giorni sta organizzando le proprie truppe, con la regia di Goffredo Bettini, secondo un monumentale schema che più che politico appare corporativo. Si prepara una «lista dei giovani», una «lista dei sindaci», una «lista degli intellettuali», chissà che di qui a poco non si diano rappresentanza veltroniana anche «gli operatori del turismo» e «i lavoratori manuali». Qualcuno le ha già definite «liste polacche», ricordando il ruolo svolto dal «partito dei contadini» nel vivacizzare una lontana stagione del socialismo reale.

La vera forza di Veltroni è tuttavia nella sua capacità di non scegliere tra i due corni del dilemma, tra il prodismo vecchia maniera e un centrosinistra di nuovo conio. Ma è qui che il referendum elettorale può intervenire a dirimere quel nodo in vece sua. Perché il traguardo delle 500 mila firme costringerà le forze politiche, già dai primi di settembre, a individuare una soluzione condivisa per evitare una consultazione popolare dagli effetti imprevedibili. La ricetta proposta da Piero Fassino, la convergenza con il Polo sul modello tedesco, priverebbe i piccoli partiti di quel potere di ricatto che ha contribuito ad impedire al centrosinistra di sciogliere il vincolo con Rifondazione. Ed è l’incrocio tra questa prospettiva e la pressione politica esercitata dalle candidature di Letta e Bindi che forse costringerà la candidatura di Veltroni a farsi meno solenne e più riconoscibile per le scelte che saprà fare.

Pd, irrompe Pannella: “Mi candido”

Luglio 22, 2007

(22 Lug 07)

Il leader radicale: «Pronto a correre se la mia proposta verrà accettata»

Dopo Rosy Bindi e Furio Colombo, e in attesa che Enrico Letta sciolga gli ultimi dubbi, si fa avanti un nuovo, inaspettato concorrente per Walter Veltroni alla segreteria del nascente Partito democratico: Marco Pannella.

Il leader radicale irrompe sulla scena con una dichiarazione solo all’apparenza problematica. Annuncia infatti l’intenzione di proporre alla segreteria della Rosa nel Pugno, e comunque ai «soggetti politici radicali», l’idea di far scendere in campo, per le primarie del Pd del 14 ottobre, un loro candidato. Poi, sommessamente, suggerisce se stesso per il ruolo: «Per quanto mi riguarda – precisa infatti – sarei, in caso di accettazione di questa proposta, pienamente disposto a essere io quel candidato».

I precedenti non rendono molto probabile che i Radicali rigettino la proposta di Pannella, e neppure che alla fine gli venga preferito un altro. Non appare quindi una forzatura indicare in Marco Pannella il settimo candidato alle primarie del 14 ottobre. L’anziano leader radicale spiega la scelta con il fatto che è convinto «non solo dell’opportunità, ma della necessità, contro la patente involuzione del regime politico del nostro Paese, di proseguire nella strategia radicale di assicurare al nostro Paese un’alternativa pienamente liberale, pienamente laica, pienamente socialista e radicale».

Pannella diventa così uno dei protagonisti del dibattito che sta portando alla nascita del nuovo partito e alla scelta del suo leader. Un protagonista che sicuramente non darà tregua agli altri candidati, e che non si fermerà davanti all’obiezione che lui fa parte di un soggetto politico che, a differenza dei Ds e della Margherita, non si è sciolto per dar vita al Pd. Pannella ha inventato quarant’anni fa la doppia tessera, cioè la teoria che l’iscrizione al partito radicale non è incompatibile con la tessera di un altro partito. E alla fine potrebbe risultare meno deflagrante l’accettazione della candidatura alla sua esclusione.

Ricapitolando, finora sono sette le personalità che hanno annunciato di volersi candidare alle primarie. I più noti sono Walter Veltroni, Rosy Bindi e Furio Colombo. Poi tre outsider: Mario Adinolfi, Jacopo Gavazzoli Schettini e Lucio Cangini. Da oggi c’è anche Marco Pannella, e domani potrebbe aggiungersi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta. La scheda per le primarie non potrà essere piccola.

Walter, i Ds e l’amarezza del ministro

Luglio 10, 2007

(10 Lug 07)

Federico Geremicca
C’è una cosa di cui si può esser certi, conoscendo solo un po’ il carattere sanguigno del personaggio e ciò che pensa dei primi passi del nascente Partito democratico: e cioè, che quello che in queste ore sta davvero mandando fuori dai gangheri Pierluigi Bersani, è la pioggia di complimenti (provenienti soprattutto dalle file del suo partito, Fassino in testa) per la “saggezza” e il “senso di responsabilità” dimostrati con l’annuncio che non si candiderà alla guida del Pd in competizione con Walter Veltroni e con chi altro, magari, deciderà di provarci. Quelle dichiarazioni, quei complimenti gli hanno dato sommamente fastidio. E uno sopra tutti: quello di Piero Fassino.

E’ al leader diessino più che a chiunque altro, infatti, che Bersani rimprovera il mancato decollo di una candidatura mai nata davvero, nonostante appelli e incoraggiamenti dai settori più diversi della società civile. Ed è a lui, più in generale, che contesta di aver messo fin dall’inizio il treno del Pd su un binario sbagliato. E’ questa la ragione del malessere che si cela dietro le due frasi chiave della lettera aperta (inviata non a caso ai suoi sostenitori e non al suo partito o addirittura al segretario del suo partito) con la quale il ministro per lo Sviluppo economico ha annunciato che non sarà candidato alle primarie del prossimo 14 ottobre. Con la prima frase, relativa ad una sua possibile candidatura, spiega: «Per come si sono svolte le cose, quello che avrebbe potuto essere un arricchimento del nostro percorso rischierebbe di diventare un elemento di disorientamento». Con la seconda, indirizzata ai Ds, invece, accusa: «Io stesso ho pensato a come il nostro primo passo avrebbe potuto essere diverso e diversamente innovativo anche per la tradizione politica a cui appartengo». Con chi ce l’ha, e perché? Dicevamo Fassino. «Piero avrebbe potuto almeno attendere che Veltroni accettasse la candidatura, prima di imporre il suo altolà un po’ stalinista esplicitato con il famoso “se Veltroni sarà candidato tutti i Ds saranno con lui”…», spiegano dall’entourage di Pierluigi Bersani. Non solo. Perché se la sua prima dichiarazione non era stata sufficientemente chiara, il giorno antecedente il discorso di Veltroni al Lingotto – fanno notare dalle parti di Bersani – il segretario diessino si incaricò di chiarirla: «Io penso – disse infatti martedì 26 giugno – che personalità come Bersani e Letta possano concorrere, insieme a me e a tanti altri, a sostenere Veltroni…». Che senso avrebbe allora potuto avere – se non quello, appunto, di «disorientare» – una candidatura-Bersani in aperto contrasto con le indicazioni del segretario del suo partito? Alla fine, dunque, il ministro per lo Sviluppo economico s’è fermato. Due tre colloqui per aver conferma dell’inevitabilità della decisione ormai maturata e poi l’annuncio che non scenderà in pista: con quel micidiale «il nostro primo passo avrebbe potuto essere diversamente innovativo anche per la tradizione politica cui appartengo».

Invece, è questa la constatazione fatta da Bersani, ha prevalso il riflesso condizionato all’unità, l’appello a non dividere le forze, l’invito a serrare le file affinché il primo segretario del Pd sia – e per plebiscito – un uomo proveniente dalle file dei Ds. Il che, ovviamente, è importante anche per Bersani: ma non certo sufficiente. «Di questo, lui è realmente amareggiato», confida Nicola Latorre, dalemianissimo membro della segreteria diessina. «Ci ha spiegato: “Io ritengo di poter rappresentare esigenze che Walter non garantisce appieno e non capisco dov’è il reato, se decidessi di candidarmi. E’ un modo anche per allargare l’area del consenso al Pd… Invece Fassino ha già chiuso le porte annunciando che tutti i Ds sosterranno Veltroni, che è una cosa dell’altro mondo”…». E di fronte a qualche compagno di partito avrebbe aggiunto: «Allora ci vada lui in Veneto e Lombardia a spiegare a imprenditori e ceti produttivi che la scelta del sindaco di Roma è un segnale di attenzione verso il Nord…».

E’ evidente che la scelta di Bersani – e soprattutto l’animo che la sottende – rappresenta un’altra grana di non poco conto per Walter Veltroni. E non è l’unica emersa ieri. Anzi, a ben guardare, ancora più insidiosa è la polemica sviluppata da Arturo Parisi direttamente nei confronti del sindaco di Roma, reo di sostenere il referendum elettorale ma di non firmarlo con la motivazione che «sono candidato alla guida di un partito collocato in una maggioranza in cui ci sono opinioni diverse». La replica del ministro della Difesa, ulivista della prima ora, è al vetriolo: «Se candidato alla guida significa candidato a guidare, a scegliere, non riesco a capire perché Veltroni decida di farsi guidare invece che guidare… Il Veltroni che serve all’Italia è uno che espone la sua linea e su questa cerca il consenso, non un candidato che si propone fin dall’inizio come il candidato di tutti e di nessuno».

Il rilievo è pesante perché punta dritto al cuore delle due questioni che, a detta di alcuni, rappresenterebbero il vero tallone d’Achille di Walter Veltroni: la ricerca dell’unanimismo e, dunque, la predisposizione verso posizioni generiche – se non proprio ecumeniche – capaci di non scontentare nessuno. Un limite che potrebbe rivelarsi effettivamente pesante, se non superato, a fronte delle scelte da compiere da oggi ai prossimi mesi. Riuscirà Veltroni ad assumere il piglio «decisionista» indispensabile per riportare un minimo d’ordine nel centrosinistra? E poi: solleciterà effettivamente candidature alternative alla sua per le primarie di ottobre? A questa seconda domanda potrà forse rispondere la riunione che il «comitato dei 45» terrà domani per definire le ultime regole in materia di primarie e candidature. Per la prima, invece, occorrerà più tempo. Ammesso che Veltroni – per il possibile precipitare di alcuni fatti di governo – abbia il tempo necessario almeno per tentare l’indispensabile trasformazione.

Spaventa, il PD e il sogno d’estate

Luglio 7, 2007

(5 Lug 07)

Emanuele Macaluso

Luigi Spaventa ha scritto ieri su “Repubblica” cose del tutto condivisibili sul conservatorismo di una certa sinistra che ha «impedito di occuparsi di temi che proprio essa dovrebbe far propri: le nuove povertà, la precarietà dei giovani ai quali si chiede solo di aspettare… per riscrivere un nuovo patto generazionale tra gli italiani». Osservazioni che i lettori hanno potuto trovare anche su questo giornale dal giorno in cui nacque. Il governo, invece, non ha scelto questa strada ed è impantanato all’interno della sua maggioranza (si fa per dire) che si richiama all’inutile librone elettorale dell’Unione. Spaventa elogia il discorso di Veltroni di Torino che si discosta, dice, radicalmente dal governo e dal manifesto del Pd. E conclude: «Veltroni chiede che il nuovo partito sia veramente nuovo per ispirazione politica e perciò diverso dai partiti che oggi concorrono a formarlo». Con Spaventa altri (come Peppino Caldarola) dicono che Veltroni farà «un’altra cosa» rispetto a ciò che sono oggi Ds e Margherita.

Che il Pd sarà un’altra cosa è un’ovvietà, che possa essere cosa sostanzialmente diversa dalla somma dei due partiti e dei loro «oligarchi» è un sogno di questa estate destinato a bruschi risvegli.

L’ecologia del fare

Luglio 7, 2007

(7 Lug 07)

Walter Veltroni
Un tema e un valore universali, così come sconfiggere la povertà e il sottosviluppo. Questo è oggi la lotta ai mutamenti climatici, e il messaggio prezioso che arriva dalla maratona musicale di Live Earth è che tutti – la politica, le imprese, il mondo della cultura, i singoli cittadini – devono sentirsi chiamati in causa dall’impegno per fermare il «Global Warming».

Il clima che cambia non è più una possibilità per il futuro, una minaccia ipotetica. È una realtà. Il clima sta già cambiando e l’uomo già paga prezzi pesanti per le temperature che si alzano, i deserti che avanzano, le siccità e le alluvioni che si fanno più violente e più intense. Pagano, paghiamo tutti, ma più di tutti pagano anche in questo caso i più poveri: sono milioni, soprattutto in Africa, i «profughi del clima» senza più terra da coltivare, senza più raccolti di cui vivere.

Nella storia del nostro pianeta ovviamente non è la prima volta che si verificano profondi sconvolgimenti climatici, è successo, risuccederà. È la prima volta, invece, che cambiamenti così avvengono in presenza della nostra umanità evoluta, civilizzata ed è la prima volta che un simile rivolgimento climatico vede l’uomo come principale responsabile. Il clima cambia perché scarichiamo nell’atmosfera troppa anidride carbonica, dunque perché bruciamo troppo carbone e petrolio e tagliamo troppe foreste pluviali. L’uomo è la causa, l’uomo è la prima vittima del «Global Warming». Ma l’uomo, l’uomo moderno con la sua straordinaria capacità scientifica e tecnologica, l’uomo moderno illuminato da quello che Hans Jonas ha chiamato il «principio responsabilità», può anche essere la soluzione.

Per fermare i mutamenti climatici bisogna cambiare modo di produrre e di consumare energia: investendo sull’efficienza e sul risparmio, puntando sulle energie pulite e rinnovabili. Devono farlo tutti ma l’impegno maggiore tocca ai Paesi industrializzati, che contribuiscono per oltre il 50% alle emissioni che alterano il clima. La via è quella indicata dall’Unione Europea con i tre obiettivi «20%» che si è data per il 2020: meno 20% sulle emissioni di anidride carbonica, meno 20% sui consumi energetici, più 20% almeno di fonti rinnovabili.

L’Europa prima e più di altri ha capito che riformare i sistemi energetici è indispensabile per stabilizzare il clima, ma è anche una convenienza economica per se stessa – perché promuove l’innovazione tecnologica e la dematerializzazione dell’economia, frontiere obbligate per continuare a competere nel mondo globalizzato ed è un imperativo morale: verso le generazioni future, certo, e verso il Sud del mondo. Grandi Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, l’Indonesia crescono economicamente a ritmi rapidissimi, e insieme al loro Pil galoppano anche i loro consumi di energia; lo stesso, è auspicabile, potrà fare presto l’Africa. Solo diversificando gli approvvigionamenti energetici rispetto all’attuale predominanza dei combustibili fossili, solo cooperando perché lo sviluppo dell’Asia, dell’America latina, dell’Africa segua sul piano energetico percorsi innovativi, sarà possibile al tempo stesso fermare la spirale dei cambiamenti climatici, difendere e accrescere il nostro benessere, costruire un mondo senza più miliardi di affamati e diseredati.

Per tutte le culture riformiste la lotta ai mutamenti climatici deve diventare una priorità e questa è una delle grandi ragioni per cui serve una politica nuova, capace di integrare nel suo pensiero bisogni, come appunto quelli legati alla sostenibilità, del tutto inediti. Ma l’urgenza di un grande patto globale contro il «Global Warming» impone di rinnovarsi anche all’ambientalismo. La cultura ecologista è molto più giovane delle altre grandi tradizioni riformiste, ma anch’essa è nata ben prima che i cambiamenti climatici diventassero un tema di così stringente attualità. Oggi l’ecologismo non può che essere uno dei principali orizzonti di riferimento di un credibile progetto di governo della società e in Italia della costruzione del Partito democratico: però un ecologismo del sì che si batta per «fare» anziché per «non fare». Un ecologismo che sostenga, anziché contrastare, l’energia eolica, l’alta velocità, i rigassificatori, tutte infrastrutture necessarie per ridurre i consumi di petrolio e carbone.

Davanti all’evidenza del clima che cambia, dei danni sociali ed economici che tale cambiamento comporta, se non viene fermato, sempre di più battersi contro il riscaldamento globale è un atto di buon senso e di buona volontà che deve accomunare tutti gli esseri umani e tutte le forze politiche. Ma per quanti si richiamano ai valori dell’equità, della solidarietà vi è un motivo ulteriore per innalzare questa sfida come una propria insegna: salvare la stabilità del clima per noi, per i nostri figli, per le generazioni che verranno è un’esigenza irrinunciabile per dare senso, nel XXI secolo, all’idea di progresso.