La parabola e i dolori del generoso Pier Fassin

Giugno 30, 2007

(30 Giu 07)

Com’è cambiata (e si è logorata) la funzione del compagno segretario

La proposta di una “lista unitaria riformista”, affacciata da Piero Fassino e immediatamente affondata dall’intero stato maggiore dei Ds, non è che l’ultima manifestazione di un fenomeno nuovo, si potrebbe dire un segno dei tempi. Un altro aspetto della secolarizzazione che avanza, persino tra gli eredi del Pci, dove il primato del segretario, fino a poco tempo fa una figura sacrale e indiscutibile, si è gradualmente ma irreversibilmente dissolto. E la parabola del “generoso Fassino” lo dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio, perché è evidente che l’eclissi di quella figura non dipende dalle scelte del suo ultimo interprete. Il segretario dei Ds aveva e ha tutti i titoli, le capacità e la preparazione richieste alla sua funzione, come lo stesso Fassino ha spesso ricordato negli ultimi tempi, con un riflesso inconsueto e rivelatore, se non della piena consapevolezza, quanto meno dell’acuta, e dolente, percezione di quella crisi.
Il segretario del maggior partito della sinistra, che aveva più volte rivendicato di “non avere meno titoli di altri” a guidare il Pd, mercoledì scorso era l’unico tra i principali dirigenti di Ds e Margherita (escluso Dario Franceschini, che però con il sindaco di Roma dovrebbe formare un ticket) a essere presente in prima fila al Lingotto di Torino, per il solenne discorso di Walter Veltroni, candidato alla segreteria del Partito democratico. Sin dall’inizio Fassino è apparso come il più convinto e il più veemente dei suoi sostenitori. E’ stato lui a dichiarare subito che se Veltroni si fosse presentato avrebbe avuto il sostegno di “tutti i Ds”, nonostante Pierluigi Bersani fosse da tempo e notoriamente intenzionato a candidarsi. E’ stato lui, nel perorare la causa di una lista unitaria riformista, a esortare Bersani a non correre contro Veltroni, solo due giorni fa. E sebbene a questo punto appaia assai probabile che Bersani non si candidi, certo è che non ha apprezzato il consiglio. Nelle riunioni dell’ufficio di presidenza prima e dei segretari regionali poi, in questi ultimi giorni, l’irritazione verso il segretario è montata. Con il voto per l’Assemblea costituente si chiude l’esperienza di Ds e Margherita. Da quel voto, che si svolgerà su liste regionali, emergeranno gli equilibri del nuovo Partito democratico.
Naturale che a questo punto ogni singolo dirigente, in entrambe le formazioni e fino all’ultimo segretario di federazione, abbia qualche motivo di preoccuparsi. L’episodio più significativo non è però l’affondamento della proposta di un listone riformista (che comprenda cioè la maggioranza di Ds e Margherita), che potrebbe sempre rientrare. Né il fatto che nelle stesse ore Anna Finocchiaro parlasse di una sua lista per Veltroni, composta di donne. L’esigenza di presentarsi quanto più possibile uniti, tanto più se il voto sarà su liste bloccate, la sentono tutti. Non tutti, però, sentono l’esigenza che a guidarla sia Fassino. E nelle riunioni di questi giorni, glielo hanno fatto capire.

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