Archivio per Giugno, 2007

Veltroni, è l’ora della sveglia

Giugno 30, 2007

(22 Giu 07)

Giuliano Ferrara

L’arcitaliano

Se Romano Prodi fosse politicamente vivo, e potesse promettere qualcosa, Walter Veltroni potrebbe dormire e sognare l’Africa o Pasolini ancora un poco. Visto che Prodi è politicamente nei guai, ha vinto le elezioni per modo di dire e governa per modo di dire, bisogna che Veltroni si svegli. Vedremo. Ma intanto, che cosa farà di primo mattino?
Il problema del risveglio di Veltroni, come leader possibile di un nuovo tentativo di competere da sinistra con Silvio Berlusconi e andare oltre i vecchi duelli della buro-oligarchia di coalizione tra partiti rissosi e inconcludenti, è di dividere la paccottiglia dal discorso pubblico responsabile. Per paccottiglia, e il termine è affettuosamente irrispettoso, intendo questo: le tecniche anche molto abili che hanno finora permesso al sindaco di Roma di eludere un discorso chiaro sull’economia e la società rivolto agli italiani. In tutte le sue incarnazioni di leader, dal ragazzo della federazione giovanile al dirigente maturo che assiste al crollo del Muro di Berlino, dal fenomenale organizzatore di cultura e di crociate culturali nel campo del cinema e della tv al vicepresidente del Consiglio, dal segretario dei Ds fino al Campidoglio, Walter Veltroni si è rivelato un piccolo genio dell’elusione. La gente ormai sa abbastanza chi egli sia, quale sia la sua idea vaporosa di una “bella politica”, quanto egli ritenga importante il ruolo della personalità nel muoversi sulla strada del potere in nome di valori, naturalmente “condivisi”. In tutte le sue sfumature, sappiamo chi è Veltroni: da quelle autobiografiche a quelle di romanzo, dalla sociologia delle emozioni al rinnegamento senza drammi del comunismo, dal calcio ai circenses, dal premio al barbone che rende un portafogli alla naturale gentilezza d’animo e a un certo humour personale, così easy e anche trendy nel mondo incantato degli Obama. Veltroni è quello che si è tenuto abbastanza fuori, pur essendo molto dentro al sistema dei partiti, e con ciò è diventato popolare, una giovane promessa con uno spesso ma dissimulato avvenire dietro le spalle.

Sappiamo però pochissimo, e questo comprensibilmente attira su Veltroni l’invidia e anche l’irritazione dei faticoni della politica vera, quella che si sporca le mani con gli interessi e i problemi da risolvere e s’impolvera con le banche, che cosa Veltroni proponga per l’Italia, per l’Europa, per il mondo che, se divenisse premier un giorno, dovrebbe guardare con occhi meno trasognati. Quando un fosco D’Alema disse che Walter (e Prodi era allora compreso nel giudizio) si comportava come un “flaccido imbroglione”, questo voleva dire, per smentirlo subito dopo (ovviamente): che c’è chi mette le mani in pasta, e distribuisce il pane della politica, e chi alza nuvole di polvere d’oro senza mai infarinarsi al mulino della realtà, preferendo il rifugio dell’immagine.
Ora le chance di Veltroni dipendono proprio dalla polvere, e qualche volta dalla palta, depositata sulle scarpe di quelli che camminano parlando di etica berlingueriana e facendo politica dalemiana, cioè di schieramento e di partito, con tutti i suoi costi e con tutti i suoi ricavi. Il grande consenso che lo circonda dipende proprio dal suo essere un po’ fuori. Tra Barack Obama il predicatore di sé e della propria storia e Nicolas Sarkozy il costruttore di arcobaleni radicati in una spregiudicata ambizione di potere, nel nome di una Francia da cambiare in modo decisionista, Veltroni, lo abbiamo già detto, è un obamista.

Ma l’Italia, e anche la base dei democratici, non è un paese per gonzi sognatori. Smette presto di vagheggiare, e chiede soluzioni secondo regole e un sistema all’europea, anzi, ancora più complicato, all’italiana. Riuscirà il nostro eroe a districarsi nel teorema della paccottiglia e a salvare il suo gusto dell’immagine, proponendosi come uno che governa non le immagini ma le persone?

La parabola e i dolori del generoso Pier Fassin

Giugno 30, 2007

(30 Giu 07)

Com’è cambiata (e si è logorata) la funzione del compagno segretario

La proposta di una “lista unitaria riformista”, affacciata da Piero Fassino e immediatamente affondata dall’intero stato maggiore dei Ds, non è che l’ultima manifestazione di un fenomeno nuovo, si potrebbe dire un segno dei tempi. Un altro aspetto della secolarizzazione che avanza, persino tra gli eredi del Pci, dove il primato del segretario, fino a poco tempo fa una figura sacrale e indiscutibile, si è gradualmente ma irreversibilmente dissolto. E la parabola del “generoso Fassino” lo dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio, perché è evidente che l’eclissi di quella figura non dipende dalle scelte del suo ultimo interprete. Il segretario dei Ds aveva e ha tutti i titoli, le capacità e la preparazione richieste alla sua funzione, come lo stesso Fassino ha spesso ricordato negli ultimi tempi, con un riflesso inconsueto e rivelatore, se non della piena consapevolezza, quanto meno dell’acuta, e dolente, percezione di quella crisi.
Il segretario del maggior partito della sinistra, che aveva più volte rivendicato di “non avere meno titoli di altri” a guidare il Pd, mercoledì scorso era l’unico tra i principali dirigenti di Ds e Margherita (escluso Dario Franceschini, che però con il sindaco di Roma dovrebbe formare un ticket) a essere presente in prima fila al Lingotto di Torino, per il solenne discorso di Walter Veltroni, candidato alla segreteria del Partito democratico. Sin dall’inizio Fassino è apparso come il più convinto e il più veemente dei suoi sostenitori. E’ stato lui a dichiarare subito che se Veltroni si fosse presentato avrebbe avuto il sostegno di “tutti i Ds”, nonostante Pierluigi Bersani fosse da tempo e notoriamente intenzionato a candidarsi. E’ stato lui, nel perorare la causa di una lista unitaria riformista, a esortare Bersani a non correre contro Veltroni, solo due giorni fa. E sebbene a questo punto appaia assai probabile che Bersani non si candidi, certo è che non ha apprezzato il consiglio. Nelle riunioni dell’ufficio di presidenza prima e dei segretari regionali poi, in questi ultimi giorni, l’irritazione verso il segretario è montata. Con il voto per l’Assemblea costituente si chiude l’esperienza di Ds e Margherita. Da quel voto, che si svolgerà su liste regionali, emergeranno gli equilibri del nuovo Partito democratico.
Naturale che a questo punto ogni singolo dirigente, in entrambe le formazioni e fino all’ultimo segretario di federazione, abbia qualche motivo di preoccuparsi. L’episodio più significativo non è però l’affondamento della proposta di un listone riformista (che comprenda cioè la maggioranza di Ds e Margherita), che potrebbe sempre rientrare. Né il fatto che nelle stesse ore Anna Finocchiaro parlasse di una sua lista per Veltroni, composta di donne. L’esigenza di presentarsi quanto più possibile uniti, tanto più se il voto sarà su liste bloccate, la sentono tutti. Non tutti, però, sentono l’esigenza che a guidarla sia Fassino. E nelle riunioni di questi giorni, glielo hanno fatto capire.

Walter di governo

Giugno 28, 2007

(28 Giu 07)

Riccardo Barenghi

Non è stato un discorso da segretario, o più probabilmente da presidente di un partito che nasce. È stato un discorso da premier. Ma non di un premier che (forse) verrà tra qualche anno, di un premier di oggi o di domani, comunque del presente. Questa è l’impressione che si ricava dal lungo, anche troppo lungo, intervento che ieri pomeriggio Walter Veltroni ha pronunciato nel Lingotto di Torino.

Certo, il Partito democratico di cui lui sarà il leader non è mancato, anzi il sindaco di Roma ha spiegato con dovizia di particolari che genere di forza politica dovrà essere, nuova, aperta alla società civile, che vada oltre le rispettive storie e ideologie dei fondatori. Ma il cuore del discorso è stato il governo, anzi meglio: il programma del governo. E non quello che farà lui se e quando riuscirà a vincere le elezioni, bensì quello attuale, quello guidato da Romano Prodi (cui ovviamente Veltroni ha riservato tutti gli onori possibili, e implicitamente anche l’onore delle armi).

Stavolta Walter è stato meno Walter del solito, seppur una qualche scivolata retorica non sia mancata. Concreto, spesso addirittura pragmatico, si è rivolto a tutti quelli che sono, sono stati, o potrebbero essere i suoi elettori. Anzi, i cittadini italiani, di sinistra, di centro, di destra, senza distinzioni ideologiche. È andato dritto ai problemi che sono sul tappeto della società e della politica, ha evitato giri di parole o furberie post democristiane, ha evitato insomma di non schierarsi per tenere insieme tutto e il contrario di tutto. E ha dato le sue risposte. Per esempio sulle tasse, che vanno diminuite senza aspettare che tutti le paghino (e questa non è stata finora la linea di Prodi e Padoa-Schioppa).

Per esempio sulle pensioni, che vanno riformate e l’età va allungata, proponendo un nuovo patto tra generazioni. E sul sindacato, richiamato ad assumersi una responsabilità nazionale (proprio mentre la trattativa rischia di saltare). Per esempio sulla sicurezza, «che non è né di destra né di sinistra, ma un bene del Paese». Sugli immigrati, che vanno accolti ma anche puniti quando sgarrano. Sulla precarietà, enorme problema dei giovani che va risolto al più presto. Sui Dico, che sono un diritto di chi si ama anche se non si sposa. Sulla Tav, che va fatta senza discussioni ulteriori. Sull’ambiente, che va difeso con i sì e non con i veti. Sulla legge elettorale, che se il Parlamento non la cambia allora ci penserà il referendum. E infine, ma forse soprattutto, sulla politica: che dev’essere riformata nel senso che deve poter decidere. Il governo e il suo premier soprattutto, ancor più del Parlamento. Il quale va a sua volta riformato e ridotto nel numero di membri, snellito nelle sue procedure farraginose e burocratiche. Insomma una politica rapida, agile e decisionista (a qualcuno ha ricordato Craxi).

Semplificando, si può dire che ha messo in campo qualche idea di sinistra, qualcuna in più di destra e molte di centro. Un mix perfetto per quello che vuole essere, e che lui vuole che sia, il «suo» Partito democratico. Certo non ha fatto contenti gli alleati della Cosa rossa, che formalmente apprezzano ma sotto sotto sono preoccupati dell’esordio dell’«uomo nuovo». Il quale però ha scelto un profilo diverso dal politico normale, quello che si preoccupa innanzitutto di non scontentare nessuna delle forze politiche che lo tengono in piedi. Ci sarà modo e tempo per mediare e ricucire, il personaggio conosce il mestiere. Stavolta lui ha voluto parlare più che altro al Paese, e in particolare a quel Nord dove ha scelto di esordire. Proprio perché sa che se non ricomincia da lì, se non prova a recuperare il terreno perduto in questa enorme e fondamentale zona dell’Italia non ci sarà alcuna possibilità per risalire la china e ribaltare i rapporti di forza che oggi vedono l’Unione molto al di sotto del centrodestra (al di là degli ultimi sondaggi che Veltroni ha citato, ma che appaiono piuttosto miracolistici).

Dunque, leader nuovo, forte e combattivo. Che pensa di sapere quel che serve al Paese e come metterlo in pratica. Peccato solo che abbia un problema non di poco conto, e cioè che per attuare un programma di governo come quello che lui ha illustrato bisogna esserci al governo, possibilmente come presidente del Consiglio. Ma oggi quel posto è occupato da Prodi…

Ora Veltroni non si limiti all’immagine

Giugno 28, 2007

(28 Giu 07)

Lietta Tornabuoni
E’ fantastico come l’idea del suo ingresso all’apice della politica nazionale abbia suscitato tra i politici un’attesa messianica, una serie di speranze, una chiacchiera promozionale mai viste neppure quando si aspettava l’arrivo in Italia di Palmiro Togliatti. Parte della maggioranza è entusiasta: Veltroni piace alla gente, Veltroni susciterà entusiasmo e fiducia, Veltroni è il fresco, nuovo emblema d’un cambiamento di generazione ai vertici della politica, Veltroni non offrirà sogni ma risposte alle aspettative degli elettori. Un’altra parte della maggioranza pare meno entusiasta: Veltroni è immaturo, non ha esperienza di rapporto politico con i problemi e le masse popolari, Veltroni come sindaco di Roma non ha fatto molto se non nel campo della beneficenza e dell’intrattenimento, Veltroni ha la personalità di un ragazzo e insieme di una dama di carità. Quanto all’opposizione, solito nichilismo: Veltroni non conta, non vale, ci vuol altro.

Chi abbia ragione o torto, per un momento è secondario: quel che interessa è l’empito che accompagna Veltroni. Senza parlare dell’errore ovvio di puntare tanto su una singola persona, errore ancora più grave per la sinistra, sembra di identificare due linee diverse di speranza politica: una linea di sostanza e una linea d’immagine. La scelta del ministro Padoa-Schioppa apparteneva senz’altro alla linea di sostanza e ha dato frutti notevoli, anche se pare adesso indebolita dai compromessi necessari, ed è un peccato. Alla linea d’immagine può piuttosto appartenere Veltroni, e staremo a vedere.

I problemi d’immagine sono delicati, possono portare anche a eccessi. Lo spot pubblicitario televisivo di un’acqua minerale è arrivato a sfruttare un feto anziché persone. Si vede una giovane donna col suo pancione che beve un bicchiere d’acqua: a contatto con quell’acqua miracolosa, il feto, strana creatura dal corpo di neonato e dalla faccia di non-nato, schiocca le dita, agita le gambine come per una danza, apre le braccia, si ringalluzzisce tutto. Uno spettacolo pessimo, di rara mancanza di sensibilità e di rispetto.

Walter di governo

Giugno 28, 2007

(28 Giu 07)

Riccardo Barenghi
Non è stato un discorso da segretario, o più probabilmente da presidente di un partito che nasce. È stato un discorso da premier. Ma non di un premier che (forse) verrà tra qualche anno, di un premier di oggi o di domani, comunque del presente. Questa è l’impressione che si ricava dal lungo, anche troppo lungo, intervento che ieri pomeriggio Walter Veltroni ha pronunciato nel Lingotto di Torino.

Certo, il Partito democratico di cui lui sarà il leader non è mancato, anzi il sindaco di Roma ha spiegato con dovizia di particolari che genere di forza politica dovrà essere, nuova, aperta alla società civile, che vada oltre le rispettive storie e ideologie dei fondatori. Ma il cuore del discorso è stato il governo, anzi meglio: il programma del governo. E non quello che farà lui se e quando riuscirà a vincere le elezioni, bensì quello attuale, quello guidato da Romano Prodi (cui ovviamente Veltroni ha riservato tutti gli onori possibili, e implicitamente anche l’onore delle armi).

Stavolta Walter è stato meno Walter del solito, seppur una qualche scivolata retorica non sia mancata. Concreto, spesso addirittura pragmatico, si è rivolto a tutti quelli che sono, sono stati, o potrebbero essere i suoi elettori. Anzi, i cittadini italiani, di sinistra, di centro, di destra, senza distinzioni ideologiche. È andato dritto ai problemi che sono sul tappeto della società e della politica, ha evitato giri di parole o furberie post democristiane, ha evitato insomma di non schierarsi per tenere insieme tutto e il contrario di tutto. E ha dato le sue risposte.

Per esempio sulle tasse, che vanno diminuite senza aspettare che tutti le paghino (e questa non è stata finora la linea di Prodi e Padoa-Schioppa). Per esempio sulle pensioni, che vanno riformate e l’età va allungata, proponendo un nuovo patto tra generazioni. E sul sindacato, richiamato ad assumersi una responsabilità nazionale (proprio mentre la trattativa rischia di saltare). Per esempio sulla sicurezza, «che non è né di destra né di sinistra, ma un bene del Paese». Sugli immigrati, che vanno accolti ma anche puniti quando sgarrano. Sulla precarietà, enorme problema dei giovani che va risolto al più presto. Sui Dico, che sono un diritto di chi si ama anche se non si sposa. Sulla Tav, che va fatta senza discussioni ulteriori. Sull’ambiente, che va difeso con i sì e non con i veti. Sulla legge elettorale, che se il Parlamento non la cambia allora ci penserà il referendum. E infine, ma forse soprattutto, sulla politica: che dev’essere riformata nel senso che deve poter decidere. Il governo e il suo premier soprattutto, ancor più del Parlamento. Il quale va a sua volta riformato e ridotto nel numero di membri, snellito nelle sue procedure farraginose e burocratiche. Insomma una politica rapida, agile e decisionista (a qualcuno ha ricordato Craxi).

Semplificando, si può dire che ha messo in campo qualche idea di sinistra, qualcuna in più di destra e molte di centro. Un mix perfetto per quello che vuole essere, e che lui vuole che sia, il «suo» Partito democratico. Certo non ha fatto contenti gli alleati della Cosa rossa, che formalmente apprezzano ma sotto sotto sono preoccupati dell’esordio dell’«uomo nuovo». Il quale però ha scelto un profilo diverso dal politico normale, quello che si preoccupa innanzitutto di non scontentare nessuna delle forze politiche che lo tengono in piedi. Ci sarà modo e tempo per mediare e ricucire, il personaggio conosce il mestiere. Stavolta lui ha voluto parlare più che altro al Paese, e in particolare a quel Nord dove ha scelto di esordire. Proprio perché sa che se non ricomincia da lì, se non prova a recuperare il terreno perduto in questa enorme e fondamentale zona dell’Italia non ci sarà alcuna possibilità per risalire la china e ribaltare i rapporti di forza che oggi vedono l’Unione molto al di sotto del centrodestra (al di là degli ultimi sondaggi che Veltroni ha citato, ma che appaiono piuttosto miracolistici).

Dunque, leader nuovo, forte e combattivo. Che pensa di sapere quel che serve al Paese e come metterlo in pratica. Peccato solo che abbia un problema non di poco conto, e cioè che per attuare un programma di governo come quello che lui ha illustrato bisogna esserci al governo, possibilmente come presidente del Consiglio. Ma oggi quel posto è occupato da Prodi…

Primo, partire dal basso

Giugno 28, 2007

(27 Giu 07)

Sergio Chiamparino
Torino è una città del Nord in cui il centrosinistra ha un radicamento forte, frutto del permanere di insediamenti culturali tradizionali e di una capacità innovativa cresciuta tra gli Anni Novanta e oggi. Anche per questo può essere un buon punto di partenza per Walter Veltroni e le sfide che lo attendono. Oggi la politica italiana, la destra e la sinistra, incorpora e trasmette assai di più la strada percorsa che quella da percorrere. Il passato più del futuro. Se si vuole innovare bisogna mettere in conto che i confini e le categorie di destra e sinistra, così come oggi sono declinate, sono destinate a essere messe in discussione.

Il Nord non è una «questione», non è un problema da risolvere. È una realtà che, più immersa del resto del Paese nelle dinamiche della competizione e dell’inclusione globale, pone domande e problemi alla politica e molti di questi obbligano a rivedere profondamente i paradigmi teorici con cui si guarda a essi.

Dire sì alla Tav e alle grandi infrastrutture necessarie (non a tutte!) significa guardare al rapporto ambiente-crescita in modo nuovo, compatibile con le esigenze di sviluppo che le nostre economie hanno, anziché imboccare derive improntate alla decrescita. Il confronto con i soggetti interessati e coinvolti dalla realizzazione, come stiamo facendo dopo che il centrodestra aveva portato il progetto Tav a infrangersi sul muro di Venaus, è la strada con cui le grandi infrastrutture si fanno e non si proclamano soltanto.

Quando, secondo le statistiche, circa un terzo della popolazione italiana utilizza in forme diverse sostanze stupefacenti, delineare politiche partendo dagli stereotipi antiproibizionisti o proibizionisti rischia di favorire solo il dilagare dello spaccio con i problemi di insicurezza dei cittadini che questo porta con sé. Allo stesso modo, per la sicurezza e le politiche per l’immigrazione, dove un crinale molto stretto ma percorribile divide le politiche muscolari alla «Bossi Fini» e «ronde in piazza» tanto esibite ed esibizioniste quanto vane, dalle politiche permissivistiche (allora chiudiamo i Cpt) in cui vi è sempre qualcosa che giustifica chi compie atti illegali, piccoli o grandi che siano.

Infine, una criticità fiscale, che nasce dalla sensazione che ciò che si paga sia troppo in relazione a ciò che la politica dà, in tempi spesso troppo lunghi rispetto alle esigenze. Una percezione alimentata ulteriormente dalla babele di posizioni che spesso si manifestano sui diversi temi. C’è dunque bisogno di una politica sentita più vicina dai cittadini, una politica che, soprattutto, sappia far seguire alla necessaria discussione l’indispensabile e conseguente decisione. Questo è quel che chiede alla nuova politica l’Italia (e non solo il Nord) che fa.

Se fossi Walter direi…

Giugno 28, 2007

(27 Giu 07)

Luciana Littizzetto
Non aspettatevi da me miracoli. Non è che adesso arrivo io e alè. Trasformo l’acqua in vino, cammino sulle acque e faccio diventare simpatico D’Alema. Non ho i superpoteri. Però una cosa la so fare. Pensare al futuro. Quella mi viene abbastanza bene. E il primo passo è questo. Smetterò di parlare del pantheon del nuovo partito democratico. Quel luogo simbolico che racchiude le radici ideologiche del partito e dove i miei colleghi vogliono mettere chiunque. Han fatto i nomi di tutti. Matteotti, Nenni, Togliatti, De Gasperi, Fanfani, Craxi, Berlinguer. Tutti. Mancan solo Batman e Lupin III.

E anche Capitan Findus volendo. Pensiamo pure a mettere le radici. Ma partire da un ossario non dà tanto l’idea di futuro. Contando che come ossario ci sarebbe già Fassino. Facciam pure delle solide fondamenta. Ma poi guardiamo al domani.

Si devono sposare due partiti? La Dc e il Pci? Molto bene. Ma quando uno si sposa cosa fa? Pensa al futuro. Pensa alla casa dove andrà ad abitare, pensa a comperare la cucina nuova, pensa a che divani metterci dentro, ai figli che vorrà un domani, non pensa alle foto dei nonni morti da mettere sul comodino…

Walter pensaci bene

Giugno 22, 2007

(21 Giu 07)

Lucia Annunziata
La vita delle persone non ci appartiene – per cui è difficile dare consigli a chi si trova davanti a una svolta importante del suo destino. Ma di fronte ai dilemmi privati che diventano pubblici allora forse non è indiscreto avventurarsi in qualche consiglio. In questo caso si tratta di un affettuoso ma netto: «Walter pensaci bene». Il che non è detto a dispetto dello straordinario numero di inviti arrivati ieri al sindaco di Roma a candidarsi alla guida del Partito Democratico; casomai, a causa di.

C’è infatti un che di sorprendente e per certi versi poco trasparente in questa improvvisa rincorsa a fare complimenti e a giurare lealtà a un personaggio politico come Veltroni che ha inquietato i sogni di quasi tutti i capi del centro-sinistra. Che la maggior parte delle mosse politiche, e delle lacerazioni cui abbiamo assistito negli ultimi anni in questa area politica avessero la propria origine nel desiderio di esorcizzare la presenza (e forza) del sindaco Veltroni, non è un segreto di Stato. È così poco un segreto che lo stesso «uomo del destino» – in queste ore di fronte alle sue scelte – fa sapere di temere che i grandi consensi nascondano una trappola.

Tuttavia il consiglio non ha nulla a che fare né con complotti, né con trappole: è piuttosto una cautela che nasce dalla necessità di capire fino in fondo cosa abbia provocato l’improvviso cambiamento di umori. Cambiamento così repentino da poter esser considerato una vera e propria svolta: poche settimane fa, Fassino chiedeva per sé il posto di guida del Pd, D’Alema faceva sapere che sarebbe sceso in campo, Rutelli preparava la sua battaglia e, soprattutto, Prodi ostacolava in tutti i modi l’idea di un segretario «forte» che facesse ombra al suo governo. Il metodo preferito di elezione del futuro segretario era di conseguenza la scelta in assemblea costituente. Stando alla testimonianza su web di una delle partecipanti al comitato dei 45, leader debole e leader forte è stato il tormentone della prima riunione dei saggi. Pochi giorni dopo, lunedì 18, è stato ribaltato: elezione diretta e luce verde a Walter Veltroni, con il ritiro di tutti gli altri, da D’Alema, a Fassino e, soprattutto, a Prodi.

Una brusca inversione di rotta, appunto, di fronte alla quale, proprio per il suo impatto, non riusciamo a glissare: cosa l’ha provocata? Cosa ha spinto uomini così ambiziosi a mettere improvvisamente da parte le aspirazioni di anni? Nella risposta a queste domande c’è in queste ore, per gli elettori dell’Ulivo, oltre che per Veltroni, la chiave per comprendere la natura delle cose, per capire, nello specifico, se il cambiamento è un’operazione di maturità piuttosto che di fuga, di scelta piuttosto che di obbligo. Insomma se siamo di fronte a un momento di costruzione, o a una raccolta di cocci.

Naturalmente non staremmo qui a sprecar parole se non si avesse il timore che si tratti di cocci. L’unico vero avvenimento intercorso infatti fra le due riunioni del comitato dei 45 è la pubblicazione delle intercettazioni. E non solo quelle con Consorte, in cui si sentivano parlare D’Alema e Fassino, ma l’intera ondata di verbali e documenti, e aperture d’inchieste che hanno continuato a macinare la nostra vita pubblica. I verbali di Ricucci, quelli del governatore Fazio, le nuove inchieste aperte sul contropatto della Bnl. Una montagna di carte in cui sono stati fatti quasi tutti i nomi più rilevanti della Repubblica, in aggiunta a quelli dei leader Ds: Bersani, Prodi, Rovati, Costamagna, Casini, Letta, Berlusconi, e banchieri e imprenditori vari. Tutti hanno negato e si sono rifugiati dietro la perfetta liceità delle mosse fatte, o le hanno addirittura negate. Il cerino, come spesso succede, è rimasto in mano a chi ha l’accento peggiore: Ricucci.

Eppure – anche a voler prendere per buono, come sempre si deve prima delle prove di colpevolezza – il terremoto inchieste deve aver scavato da qualche parte un limite profondo con il periodo precedente. Il comitato dei saggi non ne ha mai discusso, scegliendo le regole del futuro partito in un aureo isolamento (così ci dicono le testimonianze interne), ma si può davvero immaginare che non siano state nella mente di tutti i riuniti? Quale elemento più potente delle tensioni intorno ai leader del centro-sinistra per spingere a decisioni drastiche? Non è azzardato, dunque, dire che le intercettazioni hanno costituito la dinamite che ha finalmente fatto esplodere quella rete di reciproche interdizioni che da anni paralizzavano la sinistra. Del resto è stato proprio D’Alema, il più attaccato, ad ammetterlo, affermando in un solo fiato il suo diritto a occuparsi delle questioni economiche del Paese e il suo ritirarsi dalle ambizioni di segretario e premier eletto a furor di popolo. Meglio essere chiari: questo ritiro è l’equivalente di vere e proprie dimissioni. Segno per altro che, dopotutto, all’uomo non sono venute meno le sue sensibilità politiche.

Ma se D’Alema ha ammesso errori (non colpe) è azzardato sostenere che il mettere in campo Veltroni, il ritirarsi degli altri, ha un identico significato? Insomma, Fassino, Prodi e tutti gli altri, dando la luce verde al sindaco romano, alla fine stanno in qualche modo prendendo atto della gravità della crisi che li ha investiti. È così? È questo il significato di tanto onorevole farsi da parte? Perché di questo si tratta: finché questo governo dura un ruolo l’avranno, ma non comparabile al potente riconoscimento di segretario-premier. È così? Tutto ciò è frutto di una forte crisi?

Rilevante avere una risposta. Perché se riconoscimento di una crisi c’è, il modo migliore per uscirne non è un giro di valzer di titoli. Ma una seria e pubblica discussione. In assenza della quale, il futuro leader non rischia complotti, ma il peso di una eredità ingestibile. «Pensaci, e bene, Walter».

I dolori del giovane Walter

Giugno 19, 2007

(19 Giu 07)

Federico Geremicca
Come verrà spiegato al «popolo dell’Ulivo» che il leader che con Prodi e più di ogni altro ha predicato la nascita del Partito democratico – e che qualunque sondaggio indica come il preferito per la leadership del nuovo soggetto politico – nemmeno si presenterà (salvo improbabili colpi di scena) al giudizio dei cittadini-elettori il 14 ottobre? E poi: quanto risulterà credibile e vera l’investitura popolare del primo segretario del Pd, se Walter Veltroni non parteciperà alla contesa? Detto in due parole, è questo il nuovo tormentone da ieri in gestazione nel triangolo Ds-Margherita-società civile. Perché è precisamente questo quel che dovrebbe accadere il 14 ottobre: tutti alle urne per scegliere tra Bersani e Franceschini, magari tra Rutelli e Fassino o ancora tra Anna Finocchiaro ed Enrico Letta.

Ma con l’impossibilità di votare per Walter Veltroni, democratico ante litteram che però non si presenterà ai nastri di partenza. In sua vece, probabilmente, si proporranno per la guida del nascente partito Giovanna Melandri o Luca Zingaretti, perché i tanti veltroniani d’Italia a qualche candidato segretario dovranno pur collegare le loro liste, se vorranno entrare a far parte della futura Assemblea costituente.

Può sembrare paradossale ma è questo lo scenario più accreditato dopo la svolta e l’accelerazione impresse ieri pomeriggio all’intera vicenda dal Comitato dei «magnifici» 45: voto popolare a candidati presenti in liste collegate a un candidato segretario, e poi ratifica della scelta del leader nell’Assemblea costituente. Alla fine, infatti, è passata la linea di chi chiedeva per il Partito democratico un segretario vero e autorevole, scelto dai cittadini: proprio la soluzione meno gradita a Veltroni. Di qui a un momento vedremo il perché dell’opposizione del sindaco di Roma a una tale procedura. Per intanto si può però annotare che, in un impeto di saggezza (e di coraggio), l’Ulivo ha scelto la via della massima apertura alla società civile in un passaggio dal quale dipende per intero il suo futuro: un segnale di vitalità, insomma, dopo mesi di difficoltà di ogni genere e di autoreferenzialità spinta all’estremo.

Ma torniamo al paradosso iniziale ed a Walter Veltroni. A giudizio più o meno unanime (e naturalmente più o meno malizioso) in tutta la fase di definizione di regole e percorsi per la nascita del Pd, il sindaco di Roma si è mosso sulla base di una scelta e di un obiettivo: la scelta consiste nella decisione di rimanere primo cittadino della Capitale il più a lungo possibile (il suo mandato scade nel 2011) non essendo per altro particolarmente interessato ad un ritorno alla «vita di partito» quanto – piuttosto – alla candidatura a premier alle prossime elezioni politiche; l’obiettivo, di conseguenza, sarebbe stata l’elezione di un segretario del Pd «debole» o comunque senza velleità (e possibilità) di contendergli la premiership quando verrà il momento di scegliere il successore di Romano Prodi. Se questi sono l’obiettivo e la scelta di Veltroni, è indubbio che l’elezione diretta (o semi-diretta) del neo-segretario non è per lui un buon affare, essendo l’investitura popolare – notoriamente – un potente e incontrollabile propellente. E sarebbe precisamente per questo, secondo i maliziosi, che ieri il sindaco di Roma avrebbe tentato di «raffreddare» la decisione del Comitato dei 45, prospettando una serie di controindicazioni (in parte fondate) all’elezione diretta del primo segretario del Partito democratico. Controindicazioni però rigettate sull’altare della necessità di uno «scatto» che restituisca appeal e passione ad un progetto che andava via via appassendo e perdendo l’originario interesse.

La linea scelta da Veltroni è stata contestata da più parti e con più argomenti. Ieri, prima della riunione del comitato dei 45, Arturo Parisi (sponsor da sempre dell’elezione diretta del segretario) avrebbe invitato il sindaco di Roma a ripensarci: avvertendolo che quando un treno passa bisogna saltarci su, perché non è detto che vi sia una seconda possibilità. Meno concilianti e più aspri alcuni commenti degli antichi amici-nemici dalemiani: «Veltroni spieghi cosa vuol fare nella vita – argomentava ieri uno dei collaboratori del vicepremier -. Il sindaco di Roma? Il segretario del Pd? Il candidato premier? Si candidi, si può discutere di tutto: l’unica cosa che non è accettabile è che pretenda di dettare tempi e modi della nascita del Pd in rapporto alle sue personali convenienze».

In effetti, Veltroni non è apparso molto convincente, ieri, nelle obiezioni mosse al metodo dell’investitura popolare. «C’è il rischio di alimentare una competizione Ds-Margherita», ha spiegato: gli è stato obiettato, naturalmente, che la temuta competizione potrebbe a maggior ragione svilupparsi con la scelta dell’elezione indiretta (cioè da parte della sola Assemblea costituente) del segretario. «Dobbiamo stare attenti a non creare dualismi con Prodi, perché questo indebolirebbe il governo», ha poi aggiunto. Obiezione, questa, apparsa ancor meno spiegabile, in considerazione del fatto che è stato Prodi stesso a proporre che siano i cittadini ad eleggere il leader del Pd. La «resistenza veltroniana», insomma, ieri non ha retto alla voglia di rimettere in discesa il carro del Partito democratico. Ma probabilmente non è finita qui. E non resta che aspettare le prossime mosse del candidato-ombra: che è pur sempre il leader al quale sono affidate le maggiori chances di riscatto e risalita di un centrosinistra disorientato e sotto tiro.

Se il partito nasce vecchio

Giugno 18, 2007

(16 Giu 07)

Giovanni Sartori

Prodi e la strada in salita per il Pd.
Nascerà davvero il Partito Democratico? Intendi: nascerà vitale o nascerà morto? Sarà un successo o sarà un fiasco? Margherita e Ds riusciranno davvero a fondersi, oppure la loro sarà soltanto una somma di due partiti che restano litigiosi ed eterogenei? E quale sarà «il valore aggiunto» del nuovo pargolo? Di regola la somma (unificazione) di due o più partiti non produce valore aggiunto: la somma dei voti ricevuti dal partito unificato è inferiore alla somma dei voti ricevuti dai partiti separati. Nel nostro caso, perché mai un marxista dovrebbe gradire di trovarsi diluito in sempre meno marxismo; oppure perché mai un cattolico dovrebbe gradire di essere soverchiato da laici? Sia come sia, dobbiamo capire a quali condizioni un nuovo movimento o partito riesce a sfondare. La prima condizione è che la nascita del Pd comporti una drastica semplificazione del sistema partitico, e così l’eliminazione del pulviscolo dei partitucci, dei «nanetti». E da quando i partiti esistono il loro numero viene ridotto dai sistemi elettorali, non dalla nascita di un nuovo partito che se li mangia. Prodi si è messo in testa, invece, di risolvere il problema con un partito «mangia-partiti », con un partito-pitone. Ma, se così, a me sembra un controsenso che il progetto aggreghi soltanto due su circa dodici partiti. E’ vero che la Margherita e i Ds mettono assieme circa la metà dei voti dello schieramento; ma i restanti nanetti mantengono lo stesso il loro potere di interdizione e di ricatto. Il che lascia il problema come è. Tanto più che nell’accorparsi i Ds si sono scissi perdendo il loro Correntone. La seconda condizione è che il nuovo partito sia percepito come davvero nuovo, come portatore di aria fresca e di energie giovani.
Invece il Pd sta nascendo senza slancio, già logorato dai tempi troppo lenti della sua gestazione e soprattutto dalle complicazioni nelle quali riesce sempre a impastoiarsi. Se fosse un architetto, Prodi costruirebbe tortuosissime pagode; e certo ha il genio della complessità superflua. Per le elezioni del 2006 escogitò una pletorica officina di teste d’uovo che gli regalò un programma di quasi trecento pagine, che gli fece quasi perdere le elezioni e che quotidianamente lo impaccia nel governare. E per il nuovo partito la tabella di marcia prevede un Comitato dei 45 per le regole dell’assemblea costituente; poi, il 14 ottobre, l’elezione dei delegati alla suddetta assemblea costituente, alla quale compete la redazione dello statuto del Partito Democratico; per poi finalmente arrivare, quando sarà, alla prova delle elezioni politiche. Nell’interim i 45 già dissentono su come e quando eleggere il loro leader e il loro segretario. Il tutto appesantito da un ulteriore, e sospetto, ricorso alla primarie. Dico «sospetto» perché per Prodi è ovvio che le primarie devono confermare e scegliere lui. Tantovero che, al momento, non le vuole perché i sondaggi danno per vincente Veltroni. Con tanti saluti al partito che «nasce dal basso». A Prodi piace far sembrare che sia il suo popolo a creare il suo Pd. Ma in verità non è così. E a questo modo molte, troppe energie vengono sprecate nel costruire una finzione populista. Allora, il Pd nascerà vitale o morto? La previsione è difficile. Ma il fatto è che le elezioni amministrative hanno confermato la regola che le unioni perdono voti. Dove Ds e Margherita si sono uniti, hanno perso mediamente 10 punti percentuali (vedi Genova, La Spezia, Ancona). Questo è solo un campanello di allarme. Certo è, però, che la strada del Pd è piu che mai in salita.

La chance della “cosa rossa”

Giugno 18, 2007

(18 Giu 07)

Luca Ricolfi
Il nome è cambiato diverse volte, ma di Partito democratico (Pd) si discute ormai da circa dodici anni, ossia da quando – a metà degli Anni 90 – Prodi ebbe l’idea di fondere in un unico soggetto politico gli ex democristiani e gli ex comunisti.

Ora sembra che il «travaglio» sia giunto a un punto di non ritorno: o riescono a scodellare questo benedetto partito il 14 ottobre di quest’anno, oppure, verosimilmente, il Partito democratico non nascerà mai.

Nel frattempo, però, mentre l’attenzione dei media è concentrata ossessivamente sulla nascita del Pd, quasi di nascosto, nelle pieghe della politica italiana sta prendendo forma un’altra creatura politica, che i giornalisti hanno già battezzato «la Cosa rossa». Al riparo dalle curiosità dei cronisti politici – quotidianamente impegnati a raccogliere ogni minimo segno di vita di Prodi-Fassino-Rutelli – la Cosa rossa potrebbe anche formarsi molto rapidamente, forse addirittura prima che nasca (sempre che nasca) il pluri-annunciato Partito democratico. Giusto ieri Bertinotti, all’assemblea costitutiva della Sinistra europea, ne parlava come di una necessità «non più rinviabile». E con piglio vagamente dannunziano-futurista infiammava l’animo dei delegati: «Voi sapete certamente, in questo momento, molto meglio di me cosa fare e come farlo. Io vi invito soltanto a farlo: fatelo!».

Ma che cos’è, esattamente, la Cosa rossa? Allo stato attuale, è il progetto di riunire sotto la medesima bandiera almeno quattro forze politiche: i due partiti comunisti (Rifondazione comunista e Comunisti italiani), i Verdi, e infine la cosiddetta Sinistra democratica, ossia la minoranza Ds che non ha alcuna intenzione di entrare nel futuro Partito democratico. Ho detto «almeno» quattro forze politiche, perché fra i promotori della nuova formazione circolano anche idee più ambiziose, come quella di riuscire a rappresentare chiunque – per una ragione o per l’altra – si collochi «a sinistra» del Partito democratico: girotondi (giustamente) indignati con la nomenklatura Ds-Dl, movimenti no global fieramente avversi al mercato, socialisti depressi per la «deriva clericale» del nuovo partito. Insomma un progetto piuttosto largo, che quasi certamente farà scomparire la parola «comunismo» dalla denominazione del nuovo soggetto, sostituendola con qualcosa di meno compromettente e più generico, tipo «Sinistra alternativa», oppure «A sinistra».

Perché, dopo anni e anni di divisioni, i piccoli partiti di sinistra stanno pensando a federarsi in un unico soggetto politico? Una prima ragione, probabilmente, è la speranza di raggiungere la massa critica necessaria a trattare da pari a pari con il futuro Partito democratico, bloccandone la pretesa di guidare la sinistra (il sogno del «timone riformista»). A giudicare dai sondaggi, la speranza non è infondata, visto che il Partito democratico è attualmente accreditato del 20-25% dei consensi, mentre la Cosa rossa potrebbe anche superare il 15.

Una seconda ragione è la paura del referendum Segni-Guzzetta. Se i partiti non riescono a trovare l’accordo su una nuova legge elettorale e il referendum dovesse avere successo, il nuovo partito di sinistra «alternativa» non avrebbe alcuna difficoltà a superare la soglia di sbarramento del 4%, mentre nessuna delle sue componenti ci riuscirebbe da sola (eccetto, forse, Rifondazione comunista). A quel punto Verdi, Comunisti italiani, Socialisti, Girotondi, Liste civiche nazionali, tutti quanti dovrebbero scongiurare il Partito democratico di ospitarli in una lista unitaria, ma non potrebbero negoziare da una posizione di forza perché nessuno di essi sarebbe in grado di sopravvivere da solo.

Ma c’è anche una terza e più nobile ragione che spinge a costituire una forza politica di sinistra alternativa. La Cosa rossa è anche il tentativo di reintrodurre un po’ di «passione» e di «sentimenti» (parole di Bertinotti) nelle fredde alchimie della politica dell’Unione o, se preferite, è il tentativo di dare una risposta politica e organizzativa al disorientamento del popolo della sinistra. Una parte degli elettori dell’Unione pensa che Prodi abbia tradito le promesse; che il suo governo abbia ben poco di sinistra e quasi niente di laico; che – sulla questione morale – vi sia ben poca differenza fra nomenklatura di destra e nomenklatura di sinistra; che il Partito democratico stia nascendo in modo non democratico, per non dire oligarchico. Soprattutto, quegli elettori sono convinti che in materia di costi della politica, lottizzazioni, attaccamento al potere, Prodi e i dirigenti del Pd siano (ancora) più invischiati di quanto lo siano i politici della sinistra massimalista: non a caso sono stati proprio Salvi e Villone, due esponenti della Cosa rossa, i primi a descrivere analiticamente i mille meccanismi con cui – dopo Tangentopoli – la politica ha ricominciato a occupare le istituzioni secondo modalità legali, ossia al riparo dall’azione della magistratura. Ed è stato il ministro Mussi, ossia il capo dei fuoriusciti dai Ds, a proporre (per ora inascoltato) il dimezzamento del numero dei ministeri, a costo di perdere il proprio.

Naturalmente si può essere d’accordo o no con l’analisi della società italiana che gli esponenti della Cosa rossa propongono (personalmente la ritengo errata). E si può star certi che molti di essi bluffano, quando danno a credere che sarebbero pronti a tagliare poltrone-carriere-gettoni-prebende anche in casa propria, e non solo in casa di Rutelli e Fassino. Ma è difficile non riconoscere che essi cercano di rappresentare convinzioni e interessi realmente presenti fra gli elettori e, almeno su un punto, hanno perfettamente ragione: né Prodi né la dirigenza riformista dell’Unione paiono determinati a metter mano davvero a quella riforma della politica che, da tanti anni, i cittadini aspettano invano.

De Mita: Pd, il partito che non c’è

Giugno 12, 2007

(12 Giu 07)

Fulvio Scarlata
«Per il partito democratico si continuano a fare atti di fede oggi che è in crisi anche la fede in Dio». Ciriaco De Mita coglie l’occasione della riflessione sul libro «Sul partito democratico, opinioni a confronto» con l’intervento anche di Roberto Racinaro, per rilanciare la «via campana» per arrivare alla nuova formazione politica del centrosinistra: partire dall’esperienza concreta del governo del territorio per dare un senso alla decisione di sciogliere Ds e Margherita «altrimenti arriviamo al 14 ottobre, prendiamo atto che il partito non c’è e scegliamo un capo tra chi ha più voti invece che più idee».
Aula dell’osservatorio sull’Appennino meridionale all’Università con molti esponenti politici ma senza alcuno studente. D’altra parte anche la coordinatrice provinciale delle donne di Dl, Mimma Grimaldi, in documento lamenta «le buone intenzioni nel costruire un partito aperto e partecipato ma intanto le donne sono escluse. All’ultimo congresso di Dl nell’assemblea congressuale eletta per acclamazione tra 300 persone solo sette erano donne».
Il relatore Roberto Racinaro auspica un Pd che«riapra spazi al mondo del lavoro, alle nuove idee e soprattutto a donne e giovani ben al di là delle quote», tuttavia ieri mancavano gli uni e le altre. Ruolo di ospitante per Raimondo Pasquino, moderatore il giornalista Andrea Manzi, in sala Antonio e Simone Valiante, Tino Iannuzzi, Enzo De Luca, Mario Sena, Luigi Ansalone, Tonino Cuomo, il preside di facoltà Pasquale Stanzione e in rappresentanza dei Ds Alfredo D’Attorre.
«D’Alema ha posto – dice l’ex rettore – il tema della crisi della politica dicendo che viviamo una situazione simile a quella degli anni ’90. La crisi come concetto di passaggio di stagione non è di per sè negativa anche se la crisi degli anni ’90 sul governo dei corrotti non ha certamente portato al governo degli onesti. Il pervertimento oggi è contrapporre alla cattiva politica l’antipolitica che non è il preludio ad una politica buona ma solo all’avvento di poteri forti». Secondo Racinaro nel guardare al partito democratico bisogna tener presente che l’identità di un «nuovo partito non viene più dalla storia, non viene dal passato ma dal futuro a cominciare da come selezionerà la classe dirigente o affronterà le questioni dello sviluppo».
«L’identità nasce dalla convergenza – è la replica di Ciriaco De Mita – Per esempio si crea identità in un territorio se si decide come affrontare la crisi dei rifiuti e si è d’accordo nella soluzione, indipendentemente da chi poi farà le scelte. Invece con il partito democratico tutto questo manca. Sono il solo politico in Italia di formazione cattolica che ha sempre parlato con i comunisti, ma loro restavano comunisti. Oggi non capisco perché dobbiamo stare insieme nella mancanza di motivazioni politiche».
Il presidente regionale della Margherita ricorre a diversi esempi concreti per spiegare la difficoltà attuale: «Non guido e quando mi portano da Salerno a Nusco mi fido, ma se non so la destinazione sono autorizzato a chiedere ad ogni curva dove si sta andando e questo crea insicurezza. Comunque visto che si è deciso di partire da un punto allora rilanciamo la “via campana” al Pd che significa: tentiamo di recuperare la politica partendo dal governo del territorio, da dove la politica è concreta. Anche perché la gente è sempre più attenta alle risposte concrete al disagio. Perché la politica è come come fare i sarti: non bisogna fare un vestito perfetto ma capire come è possibile coprire meglio un corpo che spesso è di per se deformato».

L’affondo sul Sindaco
«De Luca cambi sistema»
Sembra avere un conto in sospeso, Ciriaco De Mita, con Vincenzo De Luca. Così dopo che Tonino Cuomo nel suo intervento elogia il sindaco di Salerno il presidente di Dl replica: «A Salerno non c’è un buon governo perché la politica non è gestione aziendale ma gestione del territorio. De Luca non è un modello anche perché fa mediazioni sempre al ribasso, mai nel senso alto della politica».
A fine incontro Alfredo D’Attorre si avvicina per salutare De Mita e replicare in modo tranquillo. Lo scambio di battute si ferma sulla scelta degli assessori della Margherita nella Giunta di Salerno caduta su due uomini vicini ad Angelo Villani. «Ma sono stati scelti attraverso dei criteri» si difende D’Attorre. «Ti racconto una cosa – replica De Mita – da presidente della Dc attraverso le procedure eliminarono una persona. Io la rimisi al suo posto. È un problema di scelte».

Partito democratico, la via campana in 7 tappe

Giugno 6, 2007

(6 Giu 07)

Corrado Castiglione

Sette proposte per avviare la fase costituente del Partito democratico in Campania e nemmeno un cenno – almeno per ora – alla prospettiva di formare i gruppi unici Ds-Margherita negli enti locali, a partire dalla Regione. Spiega Enzo Amendola, segretario della Quercia campana: «Non c’è alcun freno. L’obiettivo mio e di Ciriaco De Mita è quello di privilegiare i contenuti. Quanto ai gruppi, è certo che verrà il tempo anche per quelli, un tempo non lontano visto che per ottobre dobbiamo essere pronti. Ma se pensassimo subito ai gruppi finiremmo per ritrovarci davanti qualcosa di respiro corto».
Dunque, priorità alle idee, ai comitati promotori, alle campagne di ascolto: eccola la strada campana che porta al Pd, tre cartelle sottoscritte dal coordinatore regionale della Margherita De Mita e dal segretario Ds Amendola. Nel segno di quell’ottica federale su cui dal primo momento hanno insistito con De Mita anche il coordinatore cittadino della Margherita Antonio Polito e il deputato Riccardo Villari. Quell’ottica federale che costituisce il primo dei sette punti su cui si articola il documento comune: perché «il ruolo dei territori dovrà essere di primo piano già a partire dalla prima fase di costruzione del nuovo partito». A seguire, c’è l’impegno ad elaborare una proposta di legge elettorale per l’assemblea costituente, «che riguarderà, più precisamente, i nodi delle modalità di presentazione delle candidature, di come garantire il pluralismo nelle rappresentanze elette e di come sarà assicurato il giusto equilibrio tra i generi».
Quindi, alcuni spunti operativi: via a comitati promotori aperti all’associazionismo ulivista, ma anche a singoli cittadini; la messa a disposizione di un ”libro bianco” che possa ospitare commenti e riflessioni per la stesura di un manifesto del Pd campano. Ancora: subito l’avvio di una costituente delle idee sui principali temi e progetti di riforma della azione politica dall’ambiente alla sanità, dai temi dello sviluppo a quelli della cultura e saperi, dalle infrastrutture all’assetto del territorio. Allo stesso tempo Ds e Dl concordano sulla necessità di avviare delle campagne di ascolto con i sindacati, le organizzazioni di categoria, l’associazionismo, e di costituire una sorta di Forum delle idee da allestire con esponenti di partito e del mondo della cultura. Il documento comune siglato da De Mita e da Amendola segna in concreto il percorso che i due partiti sono chiamati a compiere per arrivare alla costituente del 14 ottobre.
Per «un confronto di merito e di aggregazione sui contenuti che – commentano i capigruppo in Regione Antonio Amato (Ds) e Mario Sena (Dl) – stiamo già sperimentando in questi mesi in Consiglio regionale e che rafforzerà la costruzione di momenti e proposte unitarie tra Ds, Margherita e quanti in Consiglio regionale sono interessati al raggiungimento di tale obiettivo su importanti provvedimenti legislativi e che naturalmente condurrà alla formazione del gruppo unico dell’Ulivo».
Un percorso sul quale si soffermano in una nota congiunta il responsabile regionale della Sinistra giovanile Michele Grimaldi e del presidente nazionale dei giovani della Margherita Pina Picierno: «Riteniamo fondamentale l’idea del Pd che si va profilando: quella di un partito aperto, orizzontale. Nei prossimi giorni cercheremo di costruire le condizioni per la nascita di un processo unitario anche delle organizzazioni giovanili di partito». Soddisfazione anche dal presidente del Consiglio comunale Leonardo Impegno: «Finalmente si passa dalle intenzioni alle azioni concrete. Resta da completare il percorso indicato dai due responsabili di Ds e Margherita, con la costituzione dei gruppi unici in Regione e almeno nei capoluoghi di provincia».