Uscire dalla tana

Maggio 24, 2007

(24 Mag 07)

Tutto quello che accade, ma non si può ancora dire, delle convergenze parallele tra Rutelli e Veltroni

Finché non si scopre Walter Veltroni nessuno della Margherita farà un passo avanti per la leadership del Partito democratico. Messa in questo modo – e nei Dl la mettono quasi tutti così – l’interpretazione dell’apparente stallo nella maggioranza confermerebbe che nulla si muove perché tutto può crollare da un momento all’altro.
L’altro ieri sera si sono riuniti a Roma i dirigenti locali di Margherita e Ds. Il teodem Enzo Carra ha portato a sintesi il contenuto del colloquio: “Il Partito democratico nascerà romano, o non nascerà. Qui c’è il radicamento più solido dei due partiti, da qui usciranno i campioni”. L’ovvietà nasconde due certezze. La prima è che Veltroni, sindaco di Roma, sta accelerando il passo per offrirsi al popolo delle primarie come l’uomo indispensabile per la guida del nascituro partito. La seconda è che l’ex sindaco della capitale, Francesco Rutelli, ha interesse ad ammainare il vessillo della competizione con il gemello e golden boy, per accordarsi e sfidare l’apparato di Massimo D’Alema e Piero Fassino. E’ ciò che pensa il dl Roberto Giachetti, che non è un rutelliano di passaggio e da giorni va magnificando la concordia dei due leader sulla richiesta di abbassare l’Ici. L’ideale – dal punto di vista di Rutelli – potrebbe essere un partito con Romano Prodi alla presidenza onoraria, Veltroni candidato premier e lui a fare il guardiano della soglia e amministratore delegato. Fantasie credibili. A patto di portare dalla propria parte Franco Marini. Il presidente del Senato sta tenendo viva la partita personale che potrebbe compiersi in una sua promozione a presidente del Consiglio d’un governo stagionale. Sarebbe il modo migliore per riscrivere la legge elettorale tutti insieme e tutti contro la prospettiva referendaria che piace a Veltroni. Vediamo cosa succede dopo le amministrative.
Eppure D’Alema, che di Marini è un partner stanco ma inamovibile, diffida. Allora il presidente del Senato torna a coltivare Rutelli. Del resto lo aveva già protetto durante il congresso dall’assalto dei giovani popolari guidati da Dario Franceschini, perché non tenerlo allora bene in vista aspettando l’assemblea costituente? In realtà a Marini sta a cuore l’idea di condurre la Margherita all’appuntamento autunnale senza frammentazioni che possano incoraggiare l’ingordigia dei Ds. Libero dai condizionamenti dei prodiani, che chiedono un congresso fondativo per la primavera del 2008 ma sono quasi scomparsi dagli organi dirigenti del partito, Marini deve tenere uniti popolari, teodem e rutelliani. E sopra tutto ha l’obbligo di decrittare, senza mortificarle, le ambizioni dell’emergente Franceschini. Può essere lui il candidato che sbaraglia, o risolve, i giochi delle nomenclature in gara.

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