Chiamparino escluso dalla casta

Maggio 24, 2007

(24 Mag 07)

Giovanni De Luna
Sergio Chiamparino è stato escluso dalla lista dei 45 saggi che devono guidare la fase costituente del Partito Democratico. E’ una sorpresa? No. A me sembra una scelta inscritta nel Dna del nuovo partito. Si tratta di fondere due apparati, due segreterie, due gruppi dirigenti. C’è un complicato equilibrio tra uomini e correnti da rispettare, una sorta di grottesco «Cencelli» che rimbalza dal governo al partito. Per i suoi promotori, il nodo strategico che la nuova formazione politica è chiamata a sciogliere è quello della governabilità; in questa formula si esaurisce la sua ispirazione di fondo, replicando quei meccanismi di cooptazione e di integrazione verticistica che stanno producendo gli esiti devastanti recentemente richiamati da Massimo D’Alema.

Diciamolo francamente: inserire Chiamparino in quella lista non significava tanto dare un giudizio positivo o negativo sulle sue personali qualità di amministratore, quanto indicare con nettezza che tra i criteri di scelta dei 45 saggi erano stati tenuti in giusta considerazione parametri come la concretezza del rapporto con il territorio, la capacità di confrontarsi con i bisogni reali della gente, l’efficacia della classe politica nel sostituirsi, in alcuni casi, alla staticità o all’inerzia della società civile.

Il problema non è solo quello di lasciare il Nord Ovest senza un’adeguata rappresentanza, quanto quello di proporre un’altra idea di rappresentanza, non più legata al rapporto con l’elettore o con una determinata base sociale quanto all’astrattezza virtuale di un protagonismo mediatico o al peso delle posizioni occupate negli apparati di partito.

Siamo nel cuore del dibattito sulla «casta» politica, i suoi privilegi, la sua autoreferenzialità. C’è, in questo senso, una frase che non a caso piace molto a Giuliano Ferrara: il mercato comanda, i tecnici governano, i politici vanno in tv (e i sacerdoti consigliano, aggiunge lui). Bene. Vedendo Gad Lerner e “Carlin” Petrini in quella lista si ha come uno straniamento, quasi che il talk show si sia insinuato all’interno di uno dei gangli vitali della democrazia, quello legato alla selezione della classe dirigente. E’ una scelta che viene da lontano. Anni fa, ci fu qualcuno dei Ds che propose di candidare Lerner a sindaco di Torino, in alternativa a Domenico Carpanini. Quella proposta balzana fu affossata. Ma era la spia di un fenomeno destinato a ingigantirsi. Ma, oltre a «andare in tv», i politici occupano posti negli apparati. Nei 45 nomi si affolla una nomenklatura carica di anni e di battaglie vinte e perse, passata indenne attraverso le forche caudine di un Novecento che ha travolto tutto tranne la loro personale leadership. Così, paradossalmente, nel momento in cui si evoca lo spettro di «fare la fine di Craxi», si sceglie di privilegiare la continuità reiterata in maniera ossessiva, che si spinge fino al recupero di pezzi significativi della Prima Repubblica (Follini, Del Turco, Sbarbati…). Ve lo ricordate? Quando si aprì la crisi di Tangentopoli, per un momento, sembrò possibile fare piazza pulita di tutto quello che lo scandalo stava facendo emergere: fu il momento dei sindaci, eletti con un nuovo sistema elettorale. Quella stagione si affievolì e tramontò nel giro di un anno. L’assenza di Chiamparino ne seppellisce anche gli ultimi bagliori residuali.

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