(26 Apr 07)
Ilvo Diamanti
Quanto vale il Partito Democratico? L’esercizio è attraente. Vi si dedicano in molti, realizzando sondaggi (più o meno fondati) e simulazioni. Con esiti diversi. Anzi: molto diversi. Se si votasse oggi, otterrebbe il 23% secondo Renato Mannheimer, il 26% secondo IPR, intorno al 29% secondo IPSOS. Fra Mannheimer e l’IPSOS: 6-7 punti percentuali in più o in meno: una bella differenza. E’ il peso elettorale di Rifondazione Comunista e dell’Udc, quasi il doppio della Lega.
Tuttavia, “misurare” un partito nuovo è legittimo (ci proveremo sicuramente anche noi), quanto arbitrario. In Italia, più che altrove. Non è solo la difficoltà, sperimentata alle ultime elezioni, di stimare le scelte di elettori incerti e un po’ reticenti, come sono divenuti gli italiani, dopo la fine della prima Repubblica. E’ che gli elettori, per scegliere, devono confrontarsi con un’offerta politica strutturata. Partiti, candidati, programmi o almeno slogan chiari. Oggi, tutto ciò è confuso e provvisorio. Non solo i programmi e gli slogan, che vengono preparati e lanciati in campagna elettorale. Ma neppure il resto. Perché non sappiamo quali e quanti partiti, a sinistra, si presenteranno alle prossime elezioni. Cosa faranno Mussi, Angius e i loro compagni? Formeranno un nuovo partito? Da soli? Insieme ai socialisti? Oppure parteciperanno alla costruzione di una nuova forza politica della sinistra-sinistra, che aggrega tutti, da Rifondazione ai Verdi?
Lo stesso discorso vale per gli altri versanti del sistema partitico. La destra. Cosa farà? FI e AN: daranno vita al Partito Democratico della destra, il Partito del Popolo, a cui spesso ha fatto riferimento Silvio Berlusconi? E come si comporterà la Lega, da sempre riluttante verso ogni prospettiva di auto-scioglimento? L’Udc: proseguirà nel tentativo di promuovere una nuova formazione politica di centro, magari con Udeur e Di Pietro?
Ipotesi difficili da prevedere oggi. Anche perché dipendono, a loro volta, dal sistema elettorale, di cui oggi si sta discutendo molto e sul quale ci sono idee molto diverse. Oggi non siamo in grado di sapere quale scheda elettorale avremo di fronte. E con quale metodo, con quale “modo di scrutinio” voteremo fra N anni. Alla tedesca? alla spagnola? Con il porcellum, nella versione attuale o in quella “riformata” dal referendum? Oppure con il “nanarellum” (che garantisce lunga vita e grande potere ai partiti più piccoli), delineato dalle proposte avanzate da maggioranza e opposizione? Perché ogni diverso sistema elettorale spingerà i partiti a muoversi diversamente. E indurrà gli elettori a scegliere in base a ragioni diverse.
Infine, ma non per importanza, dipende da come procederà il cammino del PD, da qui in avanti. Se diventerà, in fretta, un partito vero. Se, al contrario, continueranno i giochi di partito, di corrente, di frazione, che dividono i partiti, fra loro e al loro interno. Con l’esito di logorare la prospettiva unitaria prima che questa si realizzi. Dipende dagli uomini e dalle donne che lo guideranno. Che gli daranno immagine e identità. E ancora: dipende da come e cosa farà il governo, il cui premier è anche l’inventore del PD. Dipende da tante cose. Che nessun analista, scenarista, sondaggista elettorale, neppure il più competente e il più esperto, può prendere in considerazione. Perché non è possibile misurare ciò ora non c’è (ancora), ma avverrà, forse, domani o dopodomani.
Pesare i sogni. Misurare le idee del futuro. I progetti. E’ troppo. Per noi, sicuramente. Ma anche per professionisti bravi, come Renato Mannheimer e Nando Pagnoncelli.