Archivio per Maggio, 2007

Prodi contro Montezemolo, il Pd si astiene

Maggio 24, 2007

(24 Mag 07)

Stefano Cappellini
Appena ascoltata la relazione di Luca Cordero di Montezemolo, la battuta è scappata a Silvio Sircana: «A forza di fabbricare poltrone – ha detto a mezza bocca il portavoce del governo – a Montezemolo è venuta voglia di prendersi pure la nostre». Ironico riferimento a uno dei tanti ruoli del presidente di Confindustria, che è anche azionista di riferimento di Poltrona Frau. Non meno caustico Romano Prodi. «Si commenta da solo», ha sibilato ai cronisti commentando il discorso di Montezemolo all’Assemblea generale di Confindustria. Quindi il premier ha esorcizzato così la possibile avventura politica di Montezemolo: «Scende in politica? Mi pare stia salendo…». Due battute che restituiscono appieno il fastidio del premier per quello che stampa e palazzo definiscono «l’avviso di sfratto» al Prof da parte dei “poteri forti” e che il Prof considera invece semplicemente un «attacco demagogico». «Non ha detto nulla che non mi aspettassi», ha spiegato il Prof, che da giorni discute coi suoi collaboratori più stretti di come fronteggiare la marea montante dell’anti-politica e anche le voci di complotto contro l’esecutivo. «Il problema di tagliare i costi e cambiare passo alla politica è nella nostra agenda. Ma dato che l’impresa è improba, o ci si mette d’accordo tutti insieme oppure non esistono scorciatoie», ha spiegato il Prof ai suoi. Se poi con «scorciatoie» intendesse anche la possibile discesa in campo di Montezemolo, questo non è dato sapere, perché la linea di palazzo Chigi sui mille retroscena che circolano in queste ore non sono oggetto di dichiarazioni o commenti. Sostiene Sircana: «I retroscena ci lasciano freddi e non abbiamo intenzione di farci travolgere dal vortice delle dicerie».
«Troppo ecumenici». Al premier, piuttosto, non è andata giù la morbidezza con cui i principali leader del Pd hanno reagito al “manifesto” di Montezemolo. Non perché il premier sospetti di trame occulte. Il pensiero del Prof è che ci sia troppa accondiscendenza da parte dell’Ulivo davanti agli attacchi contro governo e maggioranza: «Non si può ogni volta reagire dicendo che “bisogna raccogliere i segnali”». Il prodiano Franco Monaco, che a proposito della tirata montezemoliana sull’inefficienza e il costo della politica parla di «qualunquismo delle élites», la spiega così: «Rutelli e Fassino hanno l’ossessione della rappresentanza universalistica. È successo lo stesso con la Chiesa e il Family Day. Scatta ogni volta un riflesso condizionato ecumenico, ma non si può sempre ascoltare, qualche volta bisogna reagire».
Luca e Tony. Ma cosa hanno detto Rutelli e Fassino? Il primo ha dichiarato: «Molti stimoli nella relazione di Montezemolo sono condivisibili». Il secondo, invece, ha spiegato che quello del leader di Confindustria «è stato un colpo di frusta e credo che sarebbe sbagliato non cogliere la sollecitazione importante fatta al sistema politico per riforme e cambiamenti che rispondono alle aspettative del Paese». Da una parte, è un modo di fare buon viso a cattivo gioco. Dall’altra, però, c’è anche la volontà di non mettersi da soli sul banco degli imputati e, nel caso di Rutelli, di non sciupare un rapporto coltivato da tempo e tutt’altro che interrotto. E al leader margheritino non può certo dispiacere che Montezemolo abbia chiuso il suo discorso invocando Tony Blair proprio oggi che Rutelli sarà ospite del premier britannico uscente per un faccia a faccia. Peraltro, più ancora che nella Margherita, è tra i Ds che vanno cercate le reazioni più benevolenti a Montezemolo, da Pierluigi Bersani a Walter Veltroni (che però ha lamentato l’assenza del «sociale»). Ma resta Fassino il più convinto sostenitore della necessità di tenere aperto un canale diplomatico con Confindustria e i mondi che rappresenta. Anche se, allargando il discorso ai “maggiorenti” del Pd, la reazione più significativa (e preoccupante per Prodi) è quella di Carlo De Benedetti: «Una bellissima relazione piena di entusiasmo, volontà e prospettive». (…)

Uscire dalla tana

Maggio 24, 2007

(24 Mag 07)

Tutto quello che accade, ma non si può ancora dire, delle convergenze parallele tra Rutelli e Veltroni

Finché non si scopre Walter Veltroni nessuno della Margherita farà un passo avanti per la leadership del Partito democratico. Messa in questo modo – e nei Dl la mettono quasi tutti così – l’interpretazione dell’apparente stallo nella maggioranza confermerebbe che nulla si muove perché tutto può crollare da un momento all’altro.
L’altro ieri sera si sono riuniti a Roma i dirigenti locali di Margherita e Ds. Il teodem Enzo Carra ha portato a sintesi il contenuto del colloquio: “Il Partito democratico nascerà romano, o non nascerà. Qui c’è il radicamento più solido dei due partiti, da qui usciranno i campioni”. L’ovvietà nasconde due certezze. La prima è che Veltroni, sindaco di Roma, sta accelerando il passo per offrirsi al popolo delle primarie come l’uomo indispensabile per la guida del nascituro partito. La seconda è che l’ex sindaco della capitale, Francesco Rutelli, ha interesse ad ammainare il vessillo della competizione con il gemello e golden boy, per accordarsi e sfidare l’apparato di Massimo D’Alema e Piero Fassino. E’ ciò che pensa il dl Roberto Giachetti, che non è un rutelliano di passaggio e da giorni va magnificando la concordia dei due leader sulla richiesta di abbassare l’Ici. L’ideale – dal punto di vista di Rutelli – potrebbe essere un partito con Romano Prodi alla presidenza onoraria, Veltroni candidato premier e lui a fare il guardiano della soglia e amministratore delegato. Fantasie credibili. A patto di portare dalla propria parte Franco Marini. Il presidente del Senato sta tenendo viva la partita personale che potrebbe compiersi in una sua promozione a presidente del Consiglio d’un governo stagionale. Sarebbe il modo migliore per riscrivere la legge elettorale tutti insieme e tutti contro la prospettiva referendaria che piace a Veltroni. Vediamo cosa succede dopo le amministrative.
Eppure D’Alema, che di Marini è un partner stanco ma inamovibile, diffida. Allora il presidente del Senato torna a coltivare Rutelli. Del resto lo aveva già protetto durante il congresso dall’assalto dei giovani popolari guidati da Dario Franceschini, perché non tenerlo allora bene in vista aspettando l’assemblea costituente? In realtà a Marini sta a cuore l’idea di condurre la Margherita all’appuntamento autunnale senza frammentazioni che possano incoraggiare l’ingordigia dei Ds. Libero dai condizionamenti dei prodiani, che chiedono un congresso fondativo per la primavera del 2008 ma sono quasi scomparsi dagli organi dirigenti del partito, Marini deve tenere uniti popolari, teodem e rutelliani. E sopra tutto ha l’obbligo di decrittare, senza mortificarle, le ambizioni dell’emergente Franceschini. Può essere lui il candidato che sbaraglia, o risolve, i giochi delle nomenclature in gara.

Chiamparino escluso dalla casta

Maggio 24, 2007

(24 Mag 07)

Giovanni De Luna
Sergio Chiamparino è stato escluso dalla lista dei 45 saggi che devono guidare la fase costituente del Partito Democratico. E’ una sorpresa? No. A me sembra una scelta inscritta nel Dna del nuovo partito. Si tratta di fondere due apparati, due segreterie, due gruppi dirigenti. C’è un complicato equilibrio tra uomini e correnti da rispettare, una sorta di grottesco «Cencelli» che rimbalza dal governo al partito. Per i suoi promotori, il nodo strategico che la nuova formazione politica è chiamata a sciogliere è quello della governabilità; in questa formula si esaurisce la sua ispirazione di fondo, replicando quei meccanismi di cooptazione e di integrazione verticistica che stanno producendo gli esiti devastanti recentemente richiamati da Massimo D’Alema.

Diciamolo francamente: inserire Chiamparino in quella lista non significava tanto dare un giudizio positivo o negativo sulle sue personali qualità di amministratore, quanto indicare con nettezza che tra i criteri di scelta dei 45 saggi erano stati tenuti in giusta considerazione parametri come la concretezza del rapporto con il territorio, la capacità di confrontarsi con i bisogni reali della gente, l’efficacia della classe politica nel sostituirsi, in alcuni casi, alla staticità o all’inerzia della società civile.

Il problema non è solo quello di lasciare il Nord Ovest senza un’adeguata rappresentanza, quanto quello di proporre un’altra idea di rappresentanza, non più legata al rapporto con l’elettore o con una determinata base sociale quanto all’astrattezza virtuale di un protagonismo mediatico o al peso delle posizioni occupate negli apparati di partito.

Siamo nel cuore del dibattito sulla «casta» politica, i suoi privilegi, la sua autoreferenzialità. C’è, in questo senso, una frase che non a caso piace molto a Giuliano Ferrara: il mercato comanda, i tecnici governano, i politici vanno in tv (e i sacerdoti consigliano, aggiunge lui). Bene. Vedendo Gad Lerner e “Carlin” Petrini in quella lista si ha come uno straniamento, quasi che il talk show si sia insinuato all’interno di uno dei gangli vitali della democrazia, quello legato alla selezione della classe dirigente. E’ una scelta che viene da lontano. Anni fa, ci fu qualcuno dei Ds che propose di candidare Lerner a sindaco di Torino, in alternativa a Domenico Carpanini. Quella proposta balzana fu affossata. Ma era la spia di un fenomeno destinato a ingigantirsi. Ma, oltre a «andare in tv», i politici occupano posti negli apparati. Nei 45 nomi si affolla una nomenklatura carica di anni e di battaglie vinte e perse, passata indenne attraverso le forche caudine di un Novecento che ha travolto tutto tranne la loro personale leadership. Così, paradossalmente, nel momento in cui si evoca lo spettro di «fare la fine di Craxi», si sceglie di privilegiare la continuità reiterata in maniera ossessiva, che si spinge fino al recupero di pezzi significativi della Prima Repubblica (Follini, Del Turco, Sbarbati…). Ve lo ricordate? Quando si aprì la crisi di Tangentopoli, per un momento, sembrò possibile fare piazza pulita di tutto quello che lo scandalo stava facendo emergere: fu il momento dei sindaci, eletti con un nuovo sistema elettorale. Quella stagione si affievolì e tramontò nel giro di un anno. L’assenza di Chiamparino ne seppellisce anche gli ultimi bagliori residuali.

Il comitato del Pd, da Amato a Zevi

Maggio 23, 2007

(23 Mag 07)

Il presidente del Consiglio, i leader di Ds e Margherita, alcuni presidenti di Regione, diversi sindaci di grandi città e qualche rappresentante della società civile e delle associazioni e anche il fondatore di Slow food: questa la composizione del comitato promotore del Partito democratico che si è riunito per la prima volta nella sede di Santi Apostoli a Roma.

Ecco nel dettaglio i nomi dei membri che dovranno disegnare il percorso di costruzione del nuovo soggetto politico:

Giuliano Amato,
Mario Barbi,
Antonio Bassolino,
Pierluigi Bersani,
Rosy Bindi,
Paola Caporossi,
Sergio Cofferati,
Massimo D’Alema,
Marcello De Cecco,
Letizia De Torre,
Ottaviano Del Turco,
Lamberto Dini,
Leonardo Domenici,
Vasco Errani,
Piero Fassino.

Siederanno al tavolo del comitato che tornerà a riunirsi mercoledì prossimo anche
Anna Finocchiaro,
Giuseppe Fioroni,
Marco Follini,
Dario Franceschini,
Vittoria Franco,
Paolo Gentiloni,
Donata Gottardi,
Rosa Jervolino,
Linda Lanzillotta,
Gad Lerner,
Enrico Letta,
Agazio Loiero,
Marina Magistrelli,
Lella Massari,
Wilma Mazzocco,
Maurizio Migliavacca,
Enrico Morando,
Arturo Parisi,
Carlo Petrini,
Barbara Pollastrini,
Romano Prodi,
Angelo Rovati,
Francesco Rutelli,
Luciana Sbarbati,
Marina Sereni,
Antonello Soro,
Renato Soru,
Patrizia Toia,
Walter Veltroni,
Tullia Zevi.

«Partito democratico, via al comitato da 45»

Maggio 23, 2007

(23 Mag 07)

E Follini scioglie la riserva: «Entro anch’io, è la casa dei moderati»
L’annuncio di Prodi dopo la prima riunione: «Finite le distinzioni del passato, inizia una grande avventura democratica»

«È nato il Comitato 14 Ottobre». Così Romano Prodi battezza il Comitato promotore del Partito democratico. Uscendo dalla prima riunione in piazza Ss. Apostoli, il premier aggiunge che ora «comincia veramente l’attività collettiva per il nuovo partito, che sarà qualcosa di diverso dal passato». Il comitato promotore dell’assemblea costituente del Pd sarà composto da 45 membri, compreso lo stesso Prodi che svolgerà il ruolo di presidente. «Sono state inserite personalità importanti ed autorevoli», ha aggiunto Prodi a proposito dei componenti. «Il 14 ottobre è il giorno in cui i cittadini, votando» per l’Assemblea Costituente del Partito democratico «si iscriveranno al Pd» conclude il Professore.

FOLLINI – Il nuovo soggetto unitario conta anche l’adesione di Marco Follini. L’ex segretario dell’Udc ha sciolto la riserva: «Il Pd è la casa comune dei riformisti e dei moderati dove credo che anche i centristi come me potranno mettere radici».

PARISI- «Non si può non riconoscere che questo è un comitato fatto di vecchi, sia di chi lo è davvero, sia dei cinquantenni avanzati che si propongono oggi come giovani. Il problema è che, vecchi o giovani, devono dar prova della loro saggezza». Lo dice il ministro della Difesa Arturo Parisi, intevistato per la puntata di Omnibus in onda venerdì mattina. «Dovranno essere saggi- aggiunge- e quindi dare regole che consentano ai giovani-giovani di farsi avanti, senza essere ostacolati da rendite di posizione preesistenti». In relazione alla protesta dei giovani Ds e Dl, Parisi spiega che «di tutto abbiamo bisogno, meno che di giovani che si offrono alla cooptazione. Vedo con troppa insistenza- aggiunge- proporre l’idea delle quote. Dobbiamo invece aprire un confronto in modo che le forze vitali vincano: è questa la scommessa che affidiamo ai vecchi che vogliono dimostrare di essere saggi».

Il limite del né né di D’Alema

Maggio 19, 2007

(18 Mag 07)

Emanuele Macaluso

Anche Massimo D’Alema ha detto che non si riconosce in nessuna delle due piazze, quella del Family day e l’altra del Coraggio laico. Questa posizione potrebbe avere un senso se fosse seguita da un’iniziativa autonoma in cui riconoscersi. Il disagio dei Ds nasce invece dal fatto che su una questione centrale, come la visione della società e dello Stato, il costituendo Partito democratico non può avere una posizione. Anche se i costruttori del Pd dicono di averla: i confini tra il “possumus” e il “non possumus” li decidono il gruppo dei popolari cosiddetti «cattolici adulti», Marini, Castagnetti, Rosy Bindi, ecc. Io non sottovaluto queste posizioni che possono esprimere una mediazione tra forze laiche e cattoliche che si ritrovano nella stessa coalizione di governo. Non sottovaluto però nemmeno il fatto che Rutelli ha detto che sarebbe andato a piazza San Giovanni, che il ministro della Pubblica istruzione era lì, come altri margheritini (in carne e ossa, o in spirito). Ma la sinistra laica può accettare quel limite non come mediazione di governo, ma come un punto di vista suo della società e dello Stato?

La semi-paralisi dei Ds di oggi diventerà quindi totale con il Partito democratico. Non è così?

Misurare il Pd: un’impresa impossibile

Maggio 17, 2007

(26 Apr 07)

Ilvo Diamanti
Quanto vale il Partito Democratico? L’esercizio è attraente. Vi si dedicano in molti, realizzando sondaggi (più o meno fondati) e simulazioni. Con esiti diversi. Anzi: molto diversi. Se si votasse oggi, otterrebbe il 23% secondo Renato Mannheimer, il 26% secondo IPR, intorno al 29% secondo IPSOS. Fra Mannheimer e l’IPSOS: 6-7 punti percentuali in più o in meno: una bella differenza. E’ il peso elettorale di Rifondazione Comunista e dell’Udc, quasi il doppio della Lega.

Tuttavia, “misurare” un partito nuovo è legittimo (ci proveremo sicuramente anche noi), quanto arbitrario. In Italia, più che altrove. Non è solo la difficoltà, sperimentata alle ultime elezioni, di stimare le scelte di elettori incerti e un po’ reticenti, come sono divenuti gli italiani, dopo la fine della prima Repubblica. E’ che gli elettori, per scegliere, devono confrontarsi con un’offerta politica strutturata. Partiti, candidati, programmi o almeno slogan chiari. Oggi, tutto ciò è confuso e provvisorio. Non solo i programmi e gli slogan, che vengono preparati e lanciati in campagna elettorale. Ma neppure il resto. Perché non sappiamo quali e quanti partiti, a sinistra, si presenteranno alle prossime elezioni. Cosa faranno Mussi, Angius e i loro compagni? Formeranno un nuovo partito? Da soli? Insieme ai socialisti? Oppure parteciperanno alla costruzione di una nuova forza politica della sinistra-sinistra, che aggrega tutti, da Rifondazione ai Verdi?

Lo stesso discorso vale per gli altri versanti del sistema partitico. La destra. Cosa farà? FI e AN: daranno vita al Partito Democratico della destra, il Partito del Popolo, a cui spesso ha fatto riferimento Silvio Berlusconi? E come si comporterà la Lega, da sempre riluttante verso ogni prospettiva di auto-scioglimento? L’Udc: proseguirà nel tentativo di promuovere una nuova formazione politica di centro, magari con Udeur e Di Pietro?

Ipotesi difficili da prevedere oggi. Anche perché dipendono, a loro volta, dal sistema elettorale, di cui oggi si sta discutendo molto e sul quale ci sono idee molto diverse. Oggi non siamo in grado di sapere quale scheda elettorale avremo di fronte. E con quale metodo, con quale “modo di scrutinio” voteremo fra N anni. Alla tedesca? alla spagnola? Con il porcellum, nella versione attuale o in quella “riformata” dal referendum? Oppure con il “nanarellum” (che garantisce lunga vita e grande potere ai partiti più piccoli), delineato dalle proposte avanzate da maggioranza e opposizione? Perché ogni diverso sistema elettorale spingerà i partiti a muoversi diversamente. E indurrà gli elettori a scegliere in base a ragioni diverse.

Infine, ma non per importanza, dipende da come procederà il cammino del PD, da qui in avanti. Se diventerà, in fretta, un partito vero. Se, al contrario, continueranno i giochi di partito, di corrente, di frazione, che dividono i partiti, fra loro e al loro interno. Con l’esito di logorare la prospettiva unitaria prima che questa si realizzi. Dipende dagli uomini e dalle donne che lo guideranno. Che gli daranno immagine e identità. E ancora: dipende da come e cosa farà il governo, il cui premier è anche l’inventore del PD. Dipende da tante cose. Che nessun analista, scenarista, sondaggista elettorale, neppure il più competente e il più esperto, può prendere in considerazione. Perché non è possibile misurare ciò ora non c’è (ancora), ma avverrà, forse, domani o dopodomani.

Pesare i sogni. Misurare le idee del futuro. I progetti. E’ troppo. Per noi, sicuramente. Ma anche per professionisti bravi, come Renato Mannheimer e Nando Pagnoncelli.

In Sicilia manca il progetto

Maggio 17, 2007

(17 Mag 07)

Emanuele Macaluso
Leggo sul “Corriere” alcune reazioni di dirigenti regionali e nazionali dei Ds a una intervista che ho rilasciato a Riccardo Barenghi sulla “Stampa” sul voto e sulla sinistra siciliana, che giustificano quei miei giudizi. Il giovane segretario regionale dei Ds Tonino Russo dice che «critico da lontano e rimpiango i tempi del vecchio Pci». Essere lontano (e dove?) non mi impedisce di seguire i fenomeni politici e di dare un giudizio che certo non riguarda l’attuale segretario, dato che ho detto che certi processi negativi sono iniziati quando c’era ancora il “vecchio Pci”. Quello che manca, caro Russo, è la verità su ciò che oggi sono i Ds e la Margherita in Sicilia e nel Sud nel momento in cui vi unite per costruire il Pd. Se non c’è un’analisi seria per capire cosa fare, non andrete lontano. Violante dice di non conoscere «una sinistra vincente ed egemone in Sicilia». E perché dovrebbe conoscerla?
Si può essere vincenti ed egemoni anche dall’opposizione se si incide sulla vita sociale e politica. Avere ottenuto il 45% per il candidato del centrosinistra, per esempio, non è poco. Ma c’è un’opposizione in grado di organizzarsi sulla base di un suo progetto per fare la sua battaglia? È questo il punto.

Moccia, Margherita-Gin e la moto di Mussi. Il Pd di Piero raccontato a Scamarcio

Maggio 16, 2007

(16 Mag 07)
 

Stefano Cappellini
«Sono partito democratico e non torno indietro», dice il manifesto della Margherita sul Pd. «“Voglio morire”. Questo è quello che ho pensato quando sono partito», dice l’incipit di Ho voglia di te. E forse i diversi stati d’animo alla partenza possono spiegare perché Piero Fassino, l’altroieri, ai giovanilistici microfoni di Radio Luiss, abbia indicato nella pellicola tratta dal romanzo cult di Federico Moccia il film-manifesto del Pd. Perché magari Fassino non aveva tanta voglia di imbarcarsi. Chissà. Forse all’idea di lasciare la casa vecchia, dove era pur sempre il capofamiglia, per la nuova, dove il pater familias è incerto, s’è sentito come quando Step, messo alle spalle l’amore di una vita, si è imbarcato al buio su un aereo per New York. E Piero avrà pensato, proprio come il suo personaggio di riferimento, che partire è un po’ morire e andare lontano significa lasciarsi alle spalle amici e compagni che in tua assenza parleranno di te, e più ancora sparleranno, come dei Mussi e degli Angius qualsiasi. Com’è che dice Step? «La tua memoria sarà vittima di uno stronzo qualsiasi e tu non potrai farci nulla».
Ma poteva Fassino scegliere un altro film? Si direbbe di no. Nella terna suggerita dall’intervistatore per vestire di metafora la storia tra Ds e Margherita le alternative non erano competitive. Certo non Matrimonio all’italiana, che – avrà pensato il leader – col suo plot di figli illegittimi, famiglie allargate, fecondazioni eterologhe pare la reclame della Rosa nel pugno. Mentre il mucciniano Come te nessuno mai, storia di pischelli e spinelli, occupazioni e cheguevara lo si potrebbe proiettare direttamente col logo della Linke di Folena e Bertinotti. O forse sì, Fassino poteva rispondere diversamente. Oppure non scegliere. E invece ha detto: Ho voglia di te. Te, Margherita? Te, Pd? Suggestioni. Interrogativi. Dubbi. Per esempio, l’opzione fassiniana significa che il nuovo busto nel pantheon democratico, dopo Turati e Nenni, Togliatti e Gramsci, Craxi e Berlinguer è riservato a Moccia? O non è piuttosto quella di Fassino una cooptazione di Scamarcio, idealtipo della nuova Gd, Gioventù democratica, e perfetto modello di ricambio generazionale, non secchione come Andrea Orlando, non stempiato come Nicola Zingaretti, non pedante come un sinistro giovanile a caso? (Senza dimenticare che adottando il film in un colpo solo porti a casa anche Tiziano Ferro, ai congressisti del Pd risparmi l’ennesimo Fossati e il nuovo inno sarà Ti scatterò una foto, insuperabile aggiornamento modernista di quello che in vetusto sinistrese si definiva il «quadro della situazione»).
Facile fare ironia. Ma se tu sei il leader di uno storico partito, e devi spiegare a un giovane di generazione X perché hai deciso di fonderti con un altro partito, non c’è modo di spiegarlo meglio che con la sinossi di Ho voglia di te. Basta sostituire un nome di donna per un altro, Gin per Margherita, e il gioco è fatto: «Molte cose sono cambiate e l’incontro con la travolgente ed irresistibile Gin catapulterà Step verso emozioni e sensazioni che credeva d’aver provato solo per Babi, il primo grande amore il cui ricordo non si è mai spento».
Eppoi il film celebra la forza del clan, degli amici e compagni che ti accompagnano e di quelli che non ci sono più. Come Pollo. Pur di recuperarne la moto, Scamarcio si cimenta in una spericolata corsa clandestina su due ruote, modello James Dean. E (metaforicamente) Fassino non farebbe lo stesso per la vecchia moto di Mussi, quella che non a caso è diventata uno snodo del congresso Ds di Firenze? Ha raccontato D’Alema dal palco: «Salimmo io e Mussi su quello che allora era il nostro unico mezzo di locomozione e ce ne andammo su uno di quei monti che circondano Pisa, dai quali si va verso la Lucchesìa, in campagna. Lì, facemmo una discussione tra noi su ciò che avremo dovuto fare: se abbandonare o no il Partito comunista». Torna tutto. Due amici, una moto, una vecchia storia, un nuovo amore. Ho voglia di te. Il Pd raccontato al nipote, che Fassino non lo conosce, Scamarcio sì.
Certo i maligni non mancano mai. E insinuano: ma Fassino l’avrà visto il film? O almeno avrà letto il libro? Mah. E peggio dei maligni sono i compagni, che ghignano: ma non si è accorto il buon Piero che Moccia ha appena dichiarato amore politico a Walter Veltroni? Walter sì, commentano, che avrebbe potuto celebrare Moccia senza passare per quei genitori che pur di mettersi a proprio agio coi figli e i loro amici smanettano sms, vestono jeans, fingono interesse per Youtube e il massimo che ne ricavano è di sembrare giovanili. Piccolezze. Ma un errore Fassino l’ha commesso davvero. Dice infatti Moccia che il sindaco di Roma lo voterebbe sempre e comunque, anche se è di destra (lo scrittore). Per una questione mezzo urbanistica mezzo letteraria: unico democrat, Veltroni ha difeso i lucchetti dell’amore, simbolo della moccitudine, appesi ai lampioni di Ponte Milvio. Mentre Fassino, riportano le cronache romane, i lucchetti vorrebbe metterli ai troppi locali che turbano il sonno della sua abitazione romana, a piazza delle Coppelle, ritrovo di giovani molto alla Moccia. E no. Non può essere lo stesso Fassino che ha scelto per il Pd Ho voglia di te. Rimediare. Sennò qui va a finire che Moccia vota Pd, Veltroni fa il leader e a Step toccherà spiegare che, per colpa di quel matusa di Fassino, il Negroni deve andarselo a bere da un’altra parte.

IL NORD BRONTOLA? IL SUD ASPETTI

Maggio 15, 2007

(15 Mag 07)

Emanuele Macaluso

Domenica scorsa, Pierluigi Bersani, intervistato dal “Sole24Ore” ci ha fatto sapere che la «primissima mossa programmatica del Pd è una nuova iniziativa sulla questione settentrionale». Ecco la priorità assoluta. Non perché, ci assicura il ministro, sia nordista, ma perchè «al Sud la forbice con il resto del Paese si accorcia solo quando ci sono la crescita e le riforme». E da dove si può sollecitare la crescita? La risposta è inequivoca: «Dal motore Nord. Non possiamo consentire un Nord che “brontola”». Il Sud invece può brontolare. Anche perché non è più in grado di reagire. Quali sono le riforme che propone Bersani? Ecco: «La prima è culturale: lavorare e produrre è segno di civismo». Solo al Nord? Come se al Sud si possa anche non lavorare e produrre.

Non solo: «Il Pd – dice sempre il ministro – vuole una democrazia efficiente». Questo sempre al Nord. Come se al Sud invece bastasse l’efficienza che c’è: e un esempio lo danno, in Sicilia, non solo i vari Cuffaro e i Cammarata ma anche i “costruttori” del Pd che governano nel Sud. Insomma, il Mezzogiorno può aspettare che il motore del Nord acceleri lo sviluppo e intanto i clienti della spesa pubblica aiutano la nascita del Pd. Una grande strategia!

Pd: Rutelli, no a derby leadership

Maggio 14, 2007

(14 Mag 07)

“Dico no a un derby incessante e fuori tempo sulla leadership” nel Pd, dice Rutelli dalla platea dell’assemblea federale della Margherita. “Ci sono tanti meriti -dice- ma quando sceglieremo il leader lo faremo per vincere”. Il leader del Ds Fassino, invece, propone che “il metodo delle primarie per tutti gli incarichi elettivi e mandato a termine per i dirigenti”. Intanto il presidente del Senato Marini declina l’invito a far parte dell’assemblea costituente: “Mi sento troppo vecchio”, dice.

Manifesto per il PD

Maggio 14, 2007

Noi, i democratici, amiamo l’Italia….

(leggi come)

Avete voluto il Pd? Ora pedalate

Maggio 14, 2007

(14 Mag 07)

Abbiamo voluto la bicicletta, ora tocca pedalare. Abbiamo voluto un partito nuovo e vero, compresa quella roba delle culture che si mescolano e delle appartenenze che si sciolgono? Ecco, forse sta per capitare. Chi se n’è andato bofonchiando sul patto di potere Ds-Margherita potrà ricredersi, soprattutto se nel frattempo deve districarsi fra i micro-poteri di Diliberto e Boselli. A prendere alla lettera e nello spirito il vertice ulivista di ieri, stiamo per affrontare il mare aperto.
Il percorso verso la Costituente del Pd non prevede che pochi paletti.
Alcuni di questi non sono dichiarati e neanche ancora piantati: riguardano la gestione dei patrimoni, delle sezioni eccetera.
Gli altri, quelli più “politici”, sono molto larghi, sicché la strada tracciata è ampia a sufficienza da consentire praticamente di tutto. Per esempio, in vista della Costituente, la presentazione di liste non diessine né margherite, ma già espressione di intese trasversali.
Per dirne una, oggi i giornali si sbizzariranno sull’ipotesi di liste che potremmo definire “D’Alema-Marini”. Ne approfittiamo e chiedendo scusa agli interessati (sicuramente ignari, infatti hanno smentito) facciamo finta che sia vero. Bene, si tratterebbe di una scelta positiva, naturale e coerente con lo spirito del nuovo partito. Naturalmente andrebbe giustificata con una linea politica peculiare e con una prospettiva di leadership.
Non potrebbe giovarsi surrettiziamente delle rendite di posizione passate. Ma sarebbe il segno che siamo davvero nella fase nuova. Che il Pd esiste.
Non si può esitare o resistere davanti a questa tendenza.
Toccherà farci i conti e attrezzarsi.
Ragionare nei nuovi termini, come se si fosse traslocato in un’altra città. Soprattutto, sarà difficile continuare a giocare a carte coperte, per chiunque abbia la legittima ambizione di guidare la stagione che si apre.

La Margherita in giunta a Salerno, per fare che cosa?

Maggio 13, 2007

(13 Mag 07)

Guido Panico
Non occorrevano arti divinatorie per prevedere che nel giro di un anno le aspre lotte tra gli amici e i nemici di Vincenzo De Luca sarebbero finite in gloria. L’epocale sfida nel centro-sinistra di Salerno si esaurisce placidamente: il fiume in piena, che sembrava pronto a travolgere ogni argine, è arrivato al mare sotto le forme di un rigagnolo. L’affermazione è ripetitiva, ma inevitabile: il ceto dirigente di Salerno, quello politico come quello professionale o imprenditoriale, non sa che cosa sia l’opposizione, non è una roba che lo riguarda. “Basta la salute” e “qualche strapuntino”, anche di sotto-governo. Esauriti i congressi locali della Margherita e dei DS, trovata, dopo le assisi nazionali, la strada del Partito Democratico, anche a Salerno occorreva, come nelle belle famiglie, tutto amore e coltellate, riappacificarsi ovvero trovare posto nella giunta comunale per la Margherita.
poco importa che, a vederlo da lontano, lo scontro della primavera scorsa era parso riecheggiare la polarità amico/nemico. Niente da ridire sull’entrata in giunta di ottime persone come Gianfranco Valiante e Luciano Conforti. Solo che ci si sarebbe aspettato una bella cerimonia di accoglienza, un bel discorso in cui i nuovi alleati avessero sottolineato i punti programmatici discussi con il sindaco e fatti propri dalla giunta. Il fatto è che non si vede, forse per la rozzezza del nostro sguardo, che cosa differenzi, rispetto alle politiche locali, una componente del vasto mondo del centro-sinistra dall’altra. Per non dire delle lotte interne alla Margherita. Proviamo un po’ a ricapitolare. A Salerno i Dl sono divisi in due grandi fazioni: villaniani e demitiani. Questi ultimi, discepoli dell’uomo di Nusco, fanno capo ad Andria. I primi hanno lontani referenti romani e buoni rapporti con il leader maximo. Non a caso si parla da tempo dell’asse Villani-De Luca.
I nuovi assessori sarebbero parte di questa alleanza, che esclude le pattuglie fedeli ad Andria. Per fare che cosa in termini genuinamente politici? Non si sa. In realtà, si potrebbe dire che a Salerno il sindaco, visto lo scenario, basta e avanza: in questi giorni, poi, è preso da cose molto serie, a cominciare dalla questione dei rifiuti. Gli altri si accomodino pure, purché non disturbino il guidatore. Come era prevedibile, l’operazione, che è solo lontanissima parente di quelle condotte al tempo della balena bianca, ha suscitato reazioni: qualcosa si muove nell’ombra.
Al centro della scena e del chiacchiericcio c’è Carmine Mastalia, il “Richelieu dell’Irno”, che però ha fallito (per alcuni ha tradito) la sua missione di traghettatore della Margherita verso Palazzo di Città. I criteri per la scelta dei nuovi assessori sarebbero stati disattesi dall’«asse di ferro» De Luca-Villani, a cui qualcuno aggiunge il nome di Mastalia. Insomma, sarebbe uno storico asse a tre. A questo punto, mi fermo e chiedo scusa ai lettori che, come me, hanno capito poco di questa storia. D’altra parte, non è facile percorrere i sentieri di vicende che fra qualche decennio saranno oggetto più che di storia delle idee politiche, di analisi del costume e della mentalità. Il tanto acclamato partito personale ha prodotto a Salerno, più o meno come altrove, qualche leader e tanti condomini rissosi e pettegoli. Le correnti dei partiti tradizionali si formavano – è vero – attorno a dei leader e a degli interessi, compresi quelli clientelari. Ma in compenso producevano ragionamenti politici e programmatici.

Partito democratico: costituente il 14 ottobre

Maggio 12, 2007

(11 Mag 07)

Soro (Margherita): «Chi voterà quel giorno sarà socio fondatore»
Lo hanno deciso i vertici di Ds e Margherita. Individuati tre coordinatori incaricati di guidare il percorso di avvicinamento

«I vertici di Ds e Margherita hanno avviato il percorso che porterà all’assemblea costituente del nascituro Partito democratico il prossimo 14 ottobre». Lo ha detto il segretario diessino Piero Fassino uscendo da Palazzo Chigi dove si è tenuto un vertice per definire le tappe della nascita del Pd. Il programma per la preparazione della Costituente è contenuto in un documento di tre pagine di Romano Prodi, approvato all’unanimità nel vertice, nel quale vengono messe nero su bianco le tappe della fase costituente fino all’assemblea di ottobre. Tre coordinatori sono stati formalmente incaricati di guidare questa fase sono Maurizio Migliavacca (Ds), Antonello Soro (Margherita) e Mario Barbi (prodiani). Lunedì prossimo si terrà l’assemblea federale della Margherita ed il giorno seguente quella dei Ds. Oltre al segretario dei Ds, alla riunione hanno preso parte il presidente del Consiglio Romano Prodi, i vice premier Massimo D’Alema e Francesco Rutelli, i capigruppo dell’Ulivo Dario Franceschini ed Anna Finocchiaro.

FASSINO – Fassino ha detto che si è trattato di una «riunione proficua e positiva per avviare il percorso che porterà all’assemblea costituente che si terrà il prossimo 14 ottobre». «Il 23 maggio si insedierà il comitato promotore nazionale ,formato da circa 30 persone, che sarà la guida operativa e che comprenderà esponenti dei Ds, della Margherita e della società civile, con almeno un terzo di donne, decidendo le modalità di coinvolgimento del maggior numero di cittadini» ha aggiunto Fassino.

FRANCESCHINI – Per Dario Franceschini si tratterà di «un percorso molto aperto ai cittadini che mescoli esprienze diverse di provenienza. Il tutto sarà fatto in fretta e con determinazione».

SORO: «CHI VOTERA’ IL 14 SARA’ SOCIO FONDATORE» – «Chi voterà all’assemblea costituente del 14 ottobre, sarà, di fatto, un socio fondatore del Partito democratico» ha spiegato il coordinatore Antonello Soro lasciando Palazzo Chigi al termine del vertice chiarendo che su questo punto devono ancora essere definite nel dettaglio le procedure. «L’assemblea costituente del 14 – aggiunge l’esponente Dl – sarà dunque il momento fondativo del nuovo partito, una scelta importante che accompagneremo con uno sforzo di partecipazione sempre più largo».